Venezia 70. Le voci sul raccordo di Sacro GRA convincono critica e pubblico

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

LIDO DI VENEZIA. Tira già aria di smobilitazione qui al Lido, domani sera si chiude. Molti festivalieri sono partiti, stanchi di farsi rapinare da ristoratori e albergatori. In compenso oggi arriva il presidente Napolitano, nel quadro di una sua visita privata, per salutare Ettore Scola e vedere il suo omaggio a Fellini intitolato “Che strano chiamarsi Federico”. A occhio l’Italia dovrà rinunciare nuovamente al Leone d’oro, ma vedrete che qualcosa alla fine piglierà. Magari, più di “Via Castellana Bandiera” o di “L’intrepido”, meriterebbe un premio “Sacro GRA”, documentario sui generis di Gianfranco Rosi piazzato in concorso da Barbera, con apprezzabile strappo alle regole, in coppia con l’americano “The Unknown Known” di Errol Morris.

Distribuito da Officine Ubu, che lo manda nelle sale il 26 settembre, il film ha un titolo suggestivo, anche vagamente enigmatico: il GRA in questione è il Grande raccordo anulare che cinge Roma, leggiamo sui titoli di testa, «come un anello di Saturno». Trattasi della più estesa autostrada urbana d’Italia, circa 70 chilometri, una frenetica fettuccia d’asfalto dalla quale chi vive nella capitale cerca appena può di scappare, perché produce una certa ansia e non sai mai se hai imboccato l’uscita giusta.

Rosi, nessuna parentela col regista di “Salvatore Giuliano”, l’ha percorsa per circa tre anni in furgone, sulla scorta di un’idea venuta a Niccolò Bassetti dopo aver letto “La macchina celibe” di Renato Nicolini, al quale il film è affettuosamente dedicato. Alla fine ha isolato 5-6 storie, più altre di contorno, a comporre un ritratto curioso, a volte buffo o dolente, non rappresentativo di nulla, se non di un’umanità “sconosciuta” ai margini di quel flusso ininterrotto di automobili. Ai margini, sia chiaro, non marginali nell’accezione antropologica oggi in voga.

Così, mentre un frate francescano fotografa il cielo dalla corsia d’emergenza e greggi di pecore pascolano lì vicino, ecco precisarsi via via le persone scovate da Rosi, che diventano “personaggi” solo perché si raccontano con una certa disinvoltura. C’è il nobile piemontese spiantato, dall’eloquio forbito e un po’ vanesio, andato a vivere con figlia laureanda in un monolocale ai bordi del Raccordo; c’è il pescatore d’anguille che sfotte un articolo di giornale e filosofeggia sul senso della vita cucinando insieme alla compagna slava; c’è il botanico armato di sonde sonore e pozioni chimiche in guerra con le larve divoratrici che stanno distruggendo le sue palme; c’è un principe dei nostri giorni, con sigaro, codino e mantello, un po’ Cetto La Qualunque, che affitta la sua magione merlata per fotoromanzi e raduni aristocratici; c’è il barelliere del 118 che solca l’anello autostradale giorno e notte, a contatto con la sofferenza dei feriti, anche con la confusione mentale della vecchia madre.

Voci diverse che non si sfiorano mai. Poi certo il dialetto romano offre le battute migliori, con le sue sgrammaticature pigre e i sottintesi sessuali, mentre una certa ossessione affiora dalle parole del botanico, secondo il quale «la palma ha forma dell’anima dell’uomo». Sacro, il GRA, non tanto per quel raduno di donne fedeli forse alle prese con una visione; semmai perché misterioso, ricettacolo e collettore di infinite storie da scoprire.

A dirla tutta, meglio vedere il film, bello e toccante, chiuso dal “Cielo” di Lucio Dalla e accolto da caldi applausi di critica e pubblico, che ascoltare il regista. Piuttosto snob nel suo costante riferirsi all’etica dello sguardo, pashmina d’ordinanza, neanche troppo cortese nel confessare ai giornalisti: «Baratterei questa conferenza stampa con altri tre anni sul Raccordo». Per Rosi «la grossa crisi di questo Paese è identitaria, non economica, quella si supera»; di qui la scelta di quei personaggi «dotati di una forte identità, per staccarmi dal pantano gastronomico e sociale che ci circonda». Vabbè.

Perdonerete se andiamo veloci con gli altri due titoli in gara. Il francese “La jalousie” di Philippe Garrel e il cinese “Jaioyou” di Tsai Ming-liang: 77 minuti il primo, 138 il secondo. Entrambi cineasti di culto, cari al presidente di giuria Bertolucci, specie il primo, sicché il toto-premi li dà in ascesa. Garrel usa un bianco e nero anni Sessanta per rievocare, portandola ai giorni nostri, una devastante storia autobiografica: suo padre, attore squattrinato e genitore distratto, si invaghì di una “femme fatale” che lo portò quasi al suicidio. Curiosità: è il figlio del regista, Louis, a incarnare il nonno. Tsai Ming-liang, invece, applica il suo stile dilatato, anche scorticato, fatto di sequenze estenuanti che sbriciolano il tempo cinematografico, alla tragica storia di un padre immiserito che vaga insieme ai figlioletti per le periferie di Taipei facendo l’uomo-sandwich. In molti sono usciti dalla sala, gli impavidi ne parlano invece come di un capolavoro-testamento.

Michele Anselmi

Lascia un commento