Venezia 70. Un palmarès insolito nel segno del presidente Bertolucci

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

LIDO DI VENEZIA. Voleva farsi sorprendere dai film. Pure dai premi che avrebbe dato. C’è riuscito Bernardo Bertolucci, tirannico/soave presidente di giuria alla 70ª Mostra, congedatasi ieri sera tra gli applausi scroscianti affidando il Leone d’oro all’italiano “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi. Non succedeva dal 1998, l’anno di “Così ridevano” di Gianni Amelio; e certo incuriosisce che anche stavolta Amelio fosse in gara, con “L’intrepido”, purtroppo venuto male. Naturalmente è lecito chiedersi quanto abbia contato, come tre lustri fa con Ettore Scola, la presenza di un presidente italiano. Parecchio, sia detto senza malizia. Anche se il documentario creativo di Rosi, intitolato al Grande raccordo anulare di Roma, è bello, eccentrico, pure divertente nel seguire cinque storie di bizzarra umanità pescate ai margini della fettuccia d’asfalto, senza la pretesa di estrarne un discorso antropologico.
Giustamente commosso, Rosi ha ringraziato l’amico Bertolucci e il direttore Barbera, teorizzando che così «s’è rotta una breccia, il documentario si misura con la finzione, senza più distinzioni e complessi». Andate a vederlo quando uscirà nelle sale, il 26 settembre. Semmai, giunge come un regalo inatteso il secondo alloro italiano: la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile all’82enne Elena Cotta, coprotagonista di “Via Castellana Bandiera”. Troppa grazia? Forse, ma sarebbe poco patriottico non festeggiare due centri su tre.

D’altro canto, Bertolucci ha subito dimostrato di voler imprimere un segno, indicare un’estetica, sintetizzare un gusto. L’altra sua volta a Venezia, nel 1983, costrinse i colleghi a dare il Leone d’oro a “Prénom, Carmen” di Godard, con la motivazione che «tutti noi gli dovevamo tanto». Anche allora chiedeva «sorpresa e piacere». Non sorprende, quindi, che il film perfetto di questa Mostra, “Philomena” di Stephen Frears, ben scritto, recitato, diretto, ispirato a una toccante storia vera ma anche brillante, destinato a fare il pieno di pubblico e di Oscar, abbia dovuto accontentarsi solo del premio alla sceneggiatura. Sarebbe apparso troppo banale dargli il Leone d’oro, devono aver pensato il regista di “Novecento” e i suoi colleghi Andrea Arnold, Renato Berta, Carrie Fisher, Marina Gedeck, Jiang Wen, Pablo Larrain, Virginie Ledoyen e Ryuichi Sakamoto
Così il resto del palmarès non ha fatto sconti, privilegiando film cupi se non cupissimi, noiosi se non noiosissimi. Il Gran premio speciale della giuria è andato al cinese “Jiaoyou” di Tsai Ming-liang, 138 minuti di disperata ed estenuante lentezza, al punto che lo stesso regista ha ringraziato la platea per la pazienza dimostrata. Il Leone d’argento per la migliore regia ha premiato invece il greco “Miss Violence” di Alexandros Avranos. Sul quale è caduta, sferzante, l’azzeccata battuta di Marco Giusti: «Più che una tragedia greca, un film greco che è una tragedia per lo spettatore». Trattasi, infatti, di un inferno di famiglia ad alto tasso simbolico con crisi economica incorporata: una bambina di undici anni si butta giù dalla finestra nel giorno del suo compleanno e un po’ alla volta scopriamo che il padre apparentemente severo e onesto in realtà è orco abituato a vendere sessualmente figlie e nipotine, in una sorta di sottomessa complicità. “Miss Violence” è talmente piaciuto da consigliare il bis con la Coppa Volpi allo snaturato padre in questione, cioè l’attore Themis Panou. Mentre il tedesco “La moglie del poliziotto” di Philip Gröning s’è fermato al Premio speciale della giuria. Racconta la progressiva discesa agli inferi, per un totale di 175 minuti divisi in 59 ridondanti capitoli, di una famigliola apparentemente felice. A quanto pare, tutto il mondo è paese, dalla Grecia alla Germania, anche se cambia il Pil.

Poteva andare altrimenti? No. Per fortuna Bertolucci, forse per non apparire troppo prevedibile o passatista, ha lasciato a secco “La jalousie” del venerato Philippe Garrel, interpretato dal figlio Louis, già tra i protagonisti di “The Dreamers”. Anche l’America esce male: a parziale consolazione solo il Premio Mastroianni al giovane attore Tye Sheridan di “Joe”. Niente da fare per il canadese e molto gay “Tom à la ferme” dell’enfant prodige Xavier Dolan, e non vale la pena di soffrirne; un misfatto, invece, lasciare fuori dal palmarès l’algerino “Es-Stouh” e l’israeliano “Ana Arabia”.

Sul piano della cerimonia, pilotata dalla miracolata Eva Riccobono, la cronaca registra l’arrivo di Carlo Verdone sul palco per consegnare l’assegno di 100 mila dollari, legato al Premio opera prima Luigi De Laurentiis, a “White Shadow” di Noaz Deshe. Il film, preso dalla Settimana della critica, racconta la vergognosa caccia all’albino, col pretesto di una supposta “stregoneria”, nella Tanzania odierna. A volte il cinema serve anche a questo: a far conoscere le atrocità del mondo, a organizzare la realtà in chiave artistica perché la denuncia colpisca più a fondo. Vale anche per i festival. Debbono essere vetrina dell’esistente o selezionare nuovi linguaggi, favorire il rapporto col pubblico o cercare la provocazione ardita? Discorso ozioso, bisogna cercare il bello che c’è dentro e fuori il mercato. Però alcuni dei film visti alla Mostra erano mattoni indigeribili, peccati da scontare chissà mai perché.

Michele Anselmi

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