Una fragile armonia. La forza della condivisione

Il pubblico attende in silenzio. Qualche brusio rarefatto in platea mentre sul palco illuminato si prepara l’epifania di musici e strumenti. Eccoli a calcare le tavole del palcoscenico, pronti a prender posto per dar vita all’opera 131 di Beethoven. L’impianto registico è necessariamente teatrale. Sul capo di ogni musicista spicca in bella mostra in sovrimpressione il nome dell’interprete che gli darà corpo, fiato e mani lungo l’intero percorso filmico. Attori e personaggi in armonia tra note sparse e fatti casuali della vita. Il quartetto 131 per archi di Beethoven implica una concentrazione assoluta: il divenire uno da quattro giacché non concede pause per riaccordare gli strumenti sì che gli interpreti dovranno ascoltarsi l’un l’altro e continuare, adattandosi vicendevolmente, fino alla fine. Parliamo dunque di un quartetto e dei suoi componenti: “The fuge”. Dopo venticinque anni di onorata carriera il fondatore (nonché l’elemento più anziano) dell’ensamble decide di abdicare.

La storia può essere paragonabile a un “King Lear” sui generis. Ma in questo caso il re non cede il trono per anzianità. L’uomo e il violoncellista è colpito in ciò che ha di più caro e prezioso, più del proprio strumento: le mani. Peter Mitchell (un superbo Christopher Walken) si ammala improvvisamente di parkinson. Vedendosi impossibilitato a proseguire nel suo percorso di musicista, cederà il posto a una collega più giovane e in buona salute. Cosa accade quando il sovrano abdica e gli eredi si ritrovano soli e smarriti? Il documentarista Yaron Ziberman parte da questo fragile istante per mettere in luce dinamiche familiari e interpersonali all’interno di un complesso di esseri umani che nel tempo si è dovuto adattare, per forza di cose, l’un l’altro, per dar corpo ad un’unica emozionante melodia. I coniugi Robert (Philip Seymour Hoffman, secondo violino) e Juliette (Cathereen Keener, viola) sono a un punto di rottura. La situazione è aggravata dalle ambizioni dello stesso Robert che, vacillanti gli equilibri del gruppo, ne approfitta per mettere in discussione ruoli e graduatorie. Da questo momento il musicista pretenderà di alternarsi con il collega Daniel Lerner (Mark Ivanir, ossessionato dalla perfezione) nel ruolo di primo e secondo violino. A complicare ulteriormente la situazione, Daniel intraprende una relazione sentimentale con la figlia di Robert e Juliette.

Al suo primo lungometraggio di fiction, Ziberman dirige con mano lieve quattro splendidi interpreti osservandoli in primis nella loro unicità di persone (pensieri che si sparpagliano nell’aria: ansie represse, manie grandi e piccole, ambizioni cercate e respinte) per poi scrutarli al microscopio nella difficoltà di fondersi in un uno da quattro, un’unica nota prolungata seduta su quattro sedie diverse. La vita privata, ansie e rivalità, stanno nella porta accanto, chiusa ermeticamente a chiave. Vietato l’accesso. Il film riesce a portare a casa due obiettivi e lo fa nel migliore dei modi. Uno: ci conduce dietro le quinte mostrandoci in modo convincente come funziona (o non funziona) un ensemble musicale. Due: “Una fragile armonia” è un film antindividualista. Con energiche mani di colore Zimmerman presenta un affresco che premia cooperazione e spirito di sacrificio al di là delle ambizioni personali. Una rarità nel cinema, una peculiarità sconosciuta nell’ambiente hollywoodiano.

Chiara Roggino

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