Servono ancora i festival?

Pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 10 settembre

Di ritorno dalla Mostra del cinema di Venezia incontro un gruppo di studenti il cui primo ricordo non è per i film, ma per i costi spropositati al Lido. Un panino e una birra quasi venti euro. Il discorso scivola sul cinema e diventa interessante raccogliere i loro pensieri, che consentono di abbozzare una specie di anatomia delle rassegne. O piuttosto la loro agonia. A che servono i festival? Difficile dire che possano servire al pubblico, considerando che sempre più spesso i film premiati vengono poi disertati. Talvolta sono talmente estremi che sembrano voler marcare di proposito la distanza dal gusto comune. Nel caso di Venezia, che si chiama appunto Mostra d’arte e non festival, l’estremismo non sembra fuori luogo. Diverso è  il caso di Cannes, Berlino, Sundance o del neonato Festival di Roma, che di recente si è fregiato dell’aggettivo Internazionale, come se gli altri non lo fossero.

Dunque a chi servono? Sicuramente agli apparati, ai giornalisti e ai critici che li frequentano, ai cinefili che hanno i soldi per andarci, a un’accolita di frequentatori abituali e ai famosi di turno. In Italia si aggiungono le inutili presenze di una pletora di dirigenti e funzionari cinetelevisivi mandati in vacanza a spese dello stato, non si sa per fare cosa. Vogliamo buttare giù qualche numero? Diciamo quattro, cinque migliaia di persone nel caso di Cannes, poco più della metà per gli altri. Quanto costano? Tra i dodici e i quindici milioni di euro ognuna delle rassegne maggiori. Date le premesse, spendere più di una trentina di milioni per tre rassegne nazionali (Venezia, Roma, Torino) appare spropositato, specie in periodo di crisi. Come nasce l’idea dei festival? Venezia, creato sotto il fascismo, vanta una contestata primogenitura. Voluto dal conte Volpi apre i battenti nel 1932, tre anni dopo la nascita dei Premi Oscar e circa quindici prima di Cannes. All’inizio non si chiamava Mostra, ma Esposizione e i film migliori venivano votati dal pubblico. In seguito, il Duce volle instaurare la Coppa Mussolini per il miglior film e le Grandi Medaglie d’Oro dell’Associazione Nazionale Fascista dello Spettacolo per i premi minori. Dopo Venezia arrivarono gli altri, la cui prima ragione di essere consisteva nel riempire le località turistiche, all’inizio o a fine stagione, con la scusa della cultura. Arrivavano le star e gli albergatori erano felici. Dunque primum lucrare deinde philosophari. Il magnanimo conte Volpi a questo mirava, visto che il Lido a fine agosto era già deserto. Sembra incredibile ma in Italia oggi contiamo 848 rassegne cinematografiche! Si direbbe che non c’è paesino che non aspiri ad averne una. Per anni Venezia regnò incontrastata. Ma quando la Francia decise di scendere in campo, in poco tempo il primato si spostò a Cannes, grazie agli americani che vi trovarono un mercato più aggressivo. Con la maturazione, le rassegne cominciarono a perdere spontaneità e coraggio in nome di un protocollo sempre uguale.

Le note dolenti sono rappresentate dalle procedure di selezione dei film in cartellone. Segue l’opinabilità delle giurie. Quanto alla selezione, i festival lottano per accaparrarsi i titoli di maggior popolarità. Accade così che se Cannes riesce a guadagnarsi i migliori, gli altri restano a bocca asciutta. E poiché in genere i selezionatori hanno gli stessi gusti, ne consegue che le rassegne sono pressoché tutte simili. Che dire della stroncatura sulla stampa internazionale per Venezia appena conclusa? Ha iniziato Libération. Nelle ultime ore si sono aggiunte numerose testate straniere. L’accusa è di strapaese per la scelta, a mio avviso coraggiosa, del Leone d’oro a un documentario italiano. L’altro limite delle rassegne sta in una formula stantìa.

Le giurie, che dovrebbero essere al di sopra delle parti, sono per lo più scelte tra amici degli amici, dove il nome conta più della qualifica. Può capitare che un’attrice rifiutata da un regista in concorso, lo debba giudicare. Immaginate l’imparzialità. Idem se ha già lavorato con lui. Oltre alla solita formazione, composta da attempati registi, attori, musicisti e produttori, mai il coraggio di inserire qualche giovane, qualche non addetto ai lavori. E perché no qualche spettatore magari scelto a caso? Ha senso attribuire la scelta dei premiati a una monotona compagnia di giro? Non sarebbe più “democratico” e attuale trasferirla, se non tutta almeno in parte, nelle mani del pubblico, sia presente in sala che collegato via web? E non sarebbe ancora meglio abolire tutti i premi (inclusi quelli letterari), come coraggiosamente tempo fa ebbe a proporre Enzensberger? La realtà è che i festival stanno perdendo la ragione di esistere. Ha ragione Ermanno Olmi quando dichiara che, incapaci di “sottrarsi al mercantilismo, alle pressioni politiche e ai patteggiamenti”,  ormai poco hanno a che fare con l’arte e la cultura. Chi soggiace al conformismo è capace di tutto meno che di riformarsi. Lo vediamo nella politica. La casta del  cinema non è da meno.

Roberto Faenza

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