La seconda natura. La rinascita culturale di Gerardo Marotta

“Oggi esiste semplicemente una prassi politica volgare e un popolo rassegnato”. Così si pronuncia l’avvocato e filosofo Gerardo Marotta sul declino dello spirito pubblico nell’era contemporanea, in uno dei momenti forse più intensi di La seconda natura. Diretto e ideato da Marcello Sannino, che dopo aver seguito da vicino il suo protagonista per otto anni si è portato a casa diversi premi (tra cui la Menzione Speciale della Giuria al Torino Film Festival 2012),  il lungometraggio si propone sin dalle prime immagini come un inno all’umanesimo e al patrimonio culturale del Mezzogiorno, di cui Marotta è ancora oggi uno dei massimi rappresentanti.

Un vero e proprio affresco politico in cui la necessità della giustizia sociale e il desiderio di dare vita ad uno Stato modello sono i  punti di partenza dell’impegno civile di Marotta. Impegno che inizia a farsi strada in un momento cruciale del nostro Paese – il dopoguerra, quando Elena Croce (sorella del filosofo) ed Enrico Cerulli (allora Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei) lo chiamano a fondare insieme l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici a Palazzo Serra di Cassano. Il fine, ricorda Marotta, era quello di una rinascita intellettuale, nel tentativo di “svegliare a nuova vita” una realtà sociale ormai atrofizzata dalla burocrazia e dal profitto economico, esercitando e diffondendo l’idea per cui la formazione deve venir prima del “far carriera”.

L’arte oratoria dell’ex avvocato (che nella sua analisi storica della Napoli moderna parte dalla Rivoluzione del 1799) è notevole, e coinvolge per tutti e sessanta i minuti che compongono La seconda natura. Il messaggio che vuole diffondere è chiaro: le radici del “disastro” in cui versa l’Italia del nuovo millennio sono da ricercare nell’incapacità che ebbero i partiti degli anni Quaranta e Cinquanta nel formare uno Stato nuovo, uno Stato che, forte della coscienza civile dei suoi cittadini, ponesse fine agli antichi privilegi. Al sogno di Marotta, e di tanti suoi colleghi, si sostituì invece il ritorno ad uno Stato borghese, inizio di una parabola discendente della cultura culminata con la politica odierna, “fatta di affaristi e stipendiati”. Il processo si è ormai tristemente concluso, e l’ideale è stato ucciso dalla mercificazione del pensiero.

Ma Marotta non si arrende, incita i giovani e le future generazioni ad una rivoluzione che è anzitutto rivoluzione delle menti, partendo dalla capacità – e necessità – di porsi sempre nuove domande, mettendo in discussione più che cercando delle risposte definitive. Ecco allora che la filosofia si pone come strumento imprescindibile di questa rinascita, unica in grado di creare la “seconda natura” dell’essere umano, disciplinandone sentimenti che sarebbero altrimenti “abbandonati alla spontaneità”, all’anarchia.

Il “pedinamento” compiuto da Sannino, che per certi versi fa pensare ad un zavattiniano cinema del reale e per altri si pone originalmente come qualcosa di più scientifico e costruito, dà vita ad un encomiabile racconto storico/sociale/politico, in cui la grandezza morale dell’intervistato si pone implicitamente come modello da seguire. Non a caso la frase dell’incipit: “Un giorno gli si darà ragione e più che mai si capirà che, molto prima degli altri, ha visto lontano, in anticipo sui tempi”, tributo del francese Jacques Derrida in occasione del conferimento della laurea honoris causa in filosofia al mecenate partenopeo.

Le riprese sono l’espressione di uno stile senza fronzoli, asciutto, uno stile che non lascia spazio a facili retoricismi, nato dall’urgenza di mostrare una verità ormai sotterrata dall’ignoranza globale. E le parole lucide, consapevoli e quasi eroiche pronunciate verso l’epilogo da Marotta arrivano allo spettatore come prive di filtri – come se la macchina da presa di Sannino si fosse fatta tutt’uno con l’oggetto del suo guardare, mimetizzatasi con esso o quasi scomparsa di fronte all’impeto verbale del filosofo.

Tra interviste (da sottolineare la partecipazione dei grandi filosofi francesi Marc Fumaroli ed Edgar Morin), immagini di repertorio dell’Isituto Luce, dell’Aamod e delle Teche Rai, La seconda natura si presenta come un’opera ibrida, non appartenendo propriamente né al genere del documentario classico né a quello del lungometraggio. Fattore che contribuisce ulteriormente alla bellezza e originalità di un girato cui va reso il merito, tra le altre cose, di costituire una delle rare voci “ribelli” in un panorama cinematografico in cui, sempre più, si assiste all’allineamento grossolano dei contenuti.

Ilaria Tabet

La seconda natura sarà in programmazione al Nuovo Cinema Aquila di Roma dal 10 al 16 ottobre. 

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