Via Castellana Bandiera. Potente affresco femminile per Emma Dante

Il linguaggio di Emma Dante si fa “carne e polvere”. Non erano sufficienti le tavole di un palcoscenico per Via Castellana Bandiera (sebbene il film vada “in scena” dopo un mese e mezzo di prove teatrali). A servire la drammaturga siciliana sono i corpi, le persone, la strada che da stretta e senza via d’uscita s’allarga fino alla corsa sfiatata verso un precipizio senza fondo, dove auto, cose e persone cadono senza rumore. Primo a restare inciso nella memoria è un affresco a tinte forti: mani di colore aspre e decise ledono la tela. Un volto, viso solcato dal dolore del tempo che indossa una perdita tanto grande e penosa, fardello a portarsi appresso: il sangue del tuo sangue, quello di tua figlia, scomparsa troppo presto per un cancro. La pellicola si fa smozzichi e bocconi di sofferenza trattenuta. Tozzi di pane secco, mani ad ammorbidirlo alla fontana del cimitero. Tanti i cani smarriti al camposanto da saziare e abbeverare. E un altro fermo immagine, uno solo, rimarrà in circolo a vene calde per tutta la storia: quella di una donna finita, avida di morte, sdraiata bocconi sulla tomba della sua unica progenie.

Elena Cotta (Coppa Volpi a Venezia per la miglior interpretazione femminile) regala a Samira una maschera di dolore che divora la pellicola da cima a fondo. Sotto il sole riarso di un agosto palermitano, a bordo di una Multipla, stanno Rosa (Emma Dante) e Clara (Alba Rohrwacher): due donne che si amano e sono, forse e malgrado tutto, a un punto di non ritorno della loro relazione. Rosa ha deciso controvoglia di accompagnare la fidanzata a un matrimonio. Ma nel profondo Sud, nella sua cittadina natale, abitano una madre mai più rivista e ricordi aspri di un’infanzia arrabbiata, trascorsa in mezzo alla strada a contare fino a mille, oltre i mille e ancora oltre. Nel bel mezzo di una disputa, le due capitano in quel sentiero stretto e polveroso, carraia a tutti gli effetti anche se assente dallo stradario: via Castellana Bandiera. In direzione inversa viaggia una Punto. Alla guida Samira, a bordo i Colafiore. Nell’abitacolo risuona la voce di Gennaro, genero-tiranno della vecchia di Piana degli Albanesi, ostinato nell’impartire ordini a nuora e nipotini chiassosi. Le due auto vengono così a trovarsi faccia a faccia. Non una donna al volante vuole cedere il passo: le due femmine decidono di farsi guerra fino all’ultimo respiro. Nessuna si piegherà all’altra, se non per forza maggiore. Rosa è a uno stallo della sua relazione e della sua vita personale. Non sa come rigirarsi, non cede davanti ad “esemplari” della sua stessa razza, tiene la capa tosta. Allo stesso modo Samira, obbligata a chinare il capo davanti allo strapotere maschile di famiglia, non concederà favori a nessuno. Samira non abbassa il capo, si barrica nell’autovettura pronta a trovarsi faccia a faccia con una morte agognata da troppi anni.

Emma Dante allestisce una sorta di Sfida all’O.K. Corral (con citazioni palesi dal cinema di Sergio Leone) in una terra di nessuno che secca la gola di polvere e inganna le prospettive. Non stupitevi se la strada si rivelerà col tempo sempre più ampia. Emma Dante ha voluto allargarla di un metro man mano che la pellicola prendeva corpo. La regista, qui alla sua prima prova su grande schermo, non vacilla un solo istante offrendoci un’importante opera prima che si fa metafora del momento storico che stiamo vivendo. Nel terrore presente di una situazione di crisi dove la caduta ha da venire, prima o poi, l’uomo sta fermo in situazione di stallo, non riesce a precipitare. Significativa la scena finale dove uomini, donne e bambini corrono a perdifiato verso la camera, verso il precipizio. Paradossale ed espressivo: il film ha vinto la Coppa Volpi per un’interpretazione femminile intensa ma muta e il Premio Soundtrack Stars per una pellicola senza colonna sonora, se si esclude la splendida Cumu è sula la strata dei fratelli Mancuso.

Chiara Roggino

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