Lo sconosciuto del lago. Un thriller non solo per gay

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Con tutto il dispetto per la censura, retaggio di un passato anacronistico, non scandalizza che lo “scandaloso” film francese “Lo sconosciuto del lago” esca vietato ai minori di 18 anni (il divieto si abbassa a 16 in patria). Teodora, che lo distribuisce dal 26 settembre, sapeva bene a cosa andava incontro, nonostante l’aura di culto che circonda il film di Alain Guiraudie, peraltro premiato per la migliore regia a Un certain regard 2013. Non avrebbe avuto senso effettuare tagli per addolcire la pillola e magari venderlo più facilmente alle tv: perché il sesso omosex esplicitamente rappresentato, senza occultare quasi nulla, mostrando in primo piano perfino un’eiaculazione zampillante e fellatio varie, corrisponde a un disegno estetico, in parte morale. Sposta più in là i limiti del “visibile” all’interno del cinema d’autore, un po’ come fece nel 1999 Catherine Breillat con “Romance”, poi seguita da tanti altri colleghi, specie in Francia.

Certo, non una visione agevole per uno spettatore eterosessuale, perché l’insistenza della cinepresa sugli organi genitali maschili, spiattellati frontalmente sin dall’inizio, potrebbe risultare ossessiva, voyeuristica, inutile: invece no, serve a non farci perdere mai di vista la materia del contendere, benché la storia si colori presto di suggestioni “noir”, poliziesche, criminali, sia pure una chiave metafisica, allusiva, che alla fine trascende la sessualità divorante e rapace dei personaggi.
Il cinquantenne Guiraudie, che compare nell’incipit col bigolo al vento, quasi a non prendere le distanze, ama citare Georges Bataille a proposto di “Lo sconosciuto del lago”: «L’erotismo è l’approvazione della vita sin dentro la morte» avverte. E il sofisticato critico Jacques Mandelbaum, su “Le Monde”, l’ha assecondato nel riferimento, citando un’altra frase del filosofo esperto in erotismo e dintorni: «L’atto sessuale è nel tempo ciò che la tigre nello spazio».
Suonano bene entrambi, ma non sono tanto sicuro di averne capito il significato, ammesso che ci sia. Vero è, però, che “Lo sconosciuto del lago” si interroga senza infingimenti sulle pulsioni del desiderio sessuale, isolando un microcosmo immerso nella natura: una natura selvatica, potente, aspra, dove lo stormire delle fronde restituisce un senso quasi pànico, minaccioso, specie al calare delle ombre, quando tutti, o quasi, riprendono la via di casa.

Un lago d’estate, da qualche parte in Francia, circondato da un bosco, la spiaggia sassosa, l’acqua calma e pulita. Qui alcuni omosessuali di ogni età, censo e condizione si ritrovano ogni giorno per celebrare i piaceri del sesso senza disdegnare il calore del sole. Si stendono nudi sull’asciugamano, osservano i corpi muscolosi o sfatti dei vicini, fanno il bagno, intrecciano sguardi; poi, in varia combinazione, si accoppiano nella boscaglia, senza dirsi granché. Solo Franck, una sorta di giovane efebo in cerca di scambi e avventure, sembra interessato a parlare. Il suo sguardo si è posato su Michel, il maschio alfa della situazione, bello, aitante e maledetto, col baffo che conquista, una specie di Freddie Mercury del rimorchio. Ma intanto, mentre spia l’oggetto del desiderio accoppiarsi con un amante un po’ noioso, il giovanotto attacca bottone con Henri, un signore che se ne sta sempre in disparte: ciccione e infelice, già sposato con una donna, forse pronto a fare il salto, a patto che non sia sesso veloce e promiscuo, in fondo mortuario.
Una morte per annegamento, al crepuscolo, cambia le cose, anche se nessuno sembra far nulla, anche perché solo Franck ha visto chi è l’assassino. E qui tutto si complica, perché il predatore Michel, un po’ simile al misterioso ospite di “Teorema” incarnata da Terence Stamp ma più pericoloso dietro quel sorriso enigmatico, ricambia sempre più calorosamente le attenzioni di Franck, spingendo il gioco erotico verso rive molto rischiose. Tanto più ora che un poliziotto segaligno e osservatore parla di un serial killer gay all’opera da quelle parti.

Il film si chiude nel buio, con una minaccia incombente, mentre «quel piccolo teatro di godimento imperativo e ripetitivo rivela il vero rapporto osceno» (ancora Mandelbaum), che sarebbe il recupero dell’edonismo libertario da parte del sistema capitalista, in un mix mortifero di libertà e alienazione.
Magari è così, o forse no. Chissà. Certo colpisce e affascina, sul piano stilistico, l’equilibrio miracoloso con il quale Guiraudie concepisce la messa in scena: luce naturale, rumori assordanti della natura, neanche una nota di musica (che bello), lo scandire delle giornate segnalato dall’arrivo e dalla partenza delle auto sotto i pini a immagine fissa, l’eleganza del nuoto sulla superficie dell’acqua, la ripetitività di certi gesti.
Alla fine quasi ti scordi di aver visto un film radicalmente/orgogliosamente omosessuale: perché, dietro quella pratica così rapace e meccanica del sesso senza preliminari, si agita un nucleo oscuro, che ha a che fare, forse, con un’angoscia universale.

Michele Anselmi

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