La grande bellezza cerca l’Oscar, ma la concorrenza è agguerrita

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

È stato Carlo Verdone a dare la bella notizia a Paolo Sorrentino, per telefono. Il regista napoletano stava scendendo dall’aereo appena atterrato a Rio de Janeiro, e per un attimo ha stentato a credere, così almeno rivela il comico romano, che “La grande bellezza” fosse stato designato dall’Italia per gareggiare all’Oscar nella categoria “best foreign language movie”, cioè non girato in inglese. «Ma sei sicuro? Informati meglio» avrebbe sussurrato il cineasta, scettico. Verdone, però, aveva già ricevuto la conferma ufficiale. Di lì a poco, Sorrentino dichiarava ufficialmente alle agenzie: «Sono molto, molto contento. E orgoglioso. Non me lo aspettavo né ci speravo. Ora proveremo ad andare avanti. C’è molto da fare, non sarà facile. A decidere per l’Oscar sono tante persone diverse, ciascuna con la sua testa».

In realtà Sorrentino se l’aspettava e ci sperava. Si sapeva, infatti, che il film non avrebbe avuto rivali, anche se in Italia certe ruggini sottotraccia sono resistenti. Per una volta, invece, il verdetto è stato all’unanimità, un tempo si sarebbe detto “bulgaro”. Otto voti su 8 già alla seconda votazione, quella definitiva; idem alla prima, dove però i giurati avevano potuto esprimere anche altre preferenze, così ripartite: 5 a “Salvo” di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, 4 a “Viaggio sola” di Maria Sole Tognazzi, 4 a “Viva la libertà” di Roberto Andò. A decidere in poco più di un’ora e mezza, alla presenza di un notaio, la commissione istituita dall’Anica su invito dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences: ne facevano parte, in vista della 86ª edizione degli Oscar che si celebrerà il 2 marzo 2014, Nicola Borrelli, Martha Capello, Liliana Cavani, Tilde Corsi, Caterina D’Amico, Piera Detassis, Andrea Occhipinti e Giulio Scarpati.
Sarà la volta buona, finalmente? Si spera. Come forse ricordano i lettori del “Secolo XIX”, è dall’Oscar 2006 che un titolo italiano non finisce nella cinquina per il miglior film straniero. Quell’anno toccò a “La bestia nel cuore” di Cristina Comencini: non vinse ma almeno si difese bene. S’era ampiamente festeggiato invece nel 1999, l’anno dell’en plein riuscito a “La vita è bella” di Roberto Benigni. Intendiamoci, la categoria “best foreign language movie” è una portata minore del gran banchetto dell’Oscar, ma di solito porta bene a chi conquista la statuetta: è il caso di Gabriele Salvatores e Giuseppe Tornatore, restando a stagioni vicine. Per chi ama le statistiche, l’Italia ha vinto 13 volte nel corso degli anni.
D’altro canto, al di là di qualche stroncatura e di alcune prese di posizione antipatizzanti, “La grande bellezza” sembra davvero il film più idoneo, anche sul piano del racconto di una certa Roma splendidamente disfatta, per piacere alla giuria ristretta dell’Academy chiamata a mettere a punto la cinquina, e prima la shortlist di nove titoli, entro il 16 gennaio 2014. Ha incassato circa 7 milioni di euro in Italia, è stato venduto bene nel mondo, in Gran Bretagna sta riscuotendo un lusinghiero successo di pubblico e critica, è piaciuto al festival di Toronto, il “New York Times” ne ha detto un gran bene definendola una metafora del declino italiano, il 14 novembre uscirà, sia pure in poche copie, nelle sale statunitensi. Il che rende più agevole, ma non per questo meno costosa e irta di ostacoli, la campagna promozionale alla quale si stanno preparando i produttori italiani Medusa / Indigo Film e i distributori americani di Criterion Collection – Janus Films. Chissà se il ministero ai Beni culturali, ora pilotato da Massimo Bray, sempre lesto a comunicare, darà una mano: un tempo lo faceva con circa 300 mila euro.

Resta da vedere, s’intende, se il film designato dall’Anica piacerà ai signori dell’Oscar. I quali hanno mostrato, nel recente passato, di avere gusti sofisticati, per nulla prevedibili, come testimoniano le affermazioni recenti di film anche tosti come “Amour” dell’austriaco Michael Haneke, “Una separazione” dell’iraniano Asghar Farhadi o “Departures” del giapponese Yojiro Takita. Da questo punto di vista non sarà una passeggiata per “La grande bellezza” di Sorrentino. Quando verrà completato il panorama mondiale, l’anno scorso furono 71 i Paesi coinvolti tra piccoli e grandi, sapremo meglio che cosa ci aspetta; ma sin da ora la concorrenza si annuncia agguerrita, anche varia per temi e suggestioni.
Non preoccupa tanto la Francia, che ha designato il biografico e tradizionale “Renoir” di Gilles Bourdos, dove il Renoir in questione è il pittore Pierre-Auguste colto nel crepuscolo dell’esistenza, attorno al 1915. Diversamente sarebbe andata, forse, con “La vie d’Adèle” di Abdellatif Kechiche, già Palma d’ora a Cannes 2013. Ma esce in patria il 9 ottobre, troppo tardi per partecipare alla tornata. A meno che non punti alle categorie principali, agli Oscar di serie A, come “La migliore offerta” del nostro Tornatore.
Ma sullo stesso terreno di “Renoir” il polacco “Walesa. L’uomo della speranza” di Andrzej Wajda, appena visto a Venezia, potrebbe invece crearci qualche problema: perché avvince e non sa di vecchio. Altri avversari di forte impatto drammaturgico e artistico? Il danese “Il sospetto” di Thomas Vinterberg, il romeno “Il caso Kerenes” di Călin Peter Netzer, l’arabo-saudita “La bicicletta verde” di Haifaa al-Mansour, l’hongkonghese “The Grandmaster” di Wong Kar-wai, tutti e quattro usciti in Italia. E che dire dell’anglo-filippino “Metro Manila” di Sean Ellis, del cileno “Gloria” di Sebastián Lelio, del tedesco “Zwei Leben” di Georg Maas o del belga “The Broken Circle Breakdown” di Felix Van Groeningen? In generale sono film capaci di intrecciare valori formali alti e storie dal forte impatto emotivo: un sospetto infamante di pedofilia, il desiderio di parità delle bambine arabe rispetto ai maschietti, il cinismo diffuso e amorale nella Romania dei nuovi ricchi, la rigenerazione sentimentale di una donna matura, la doppia vita da spia di una signora in bilico tra passato tedesco e presente norvegese, l’infatuazione buffa e tragica insieme per la musica bluegrass americana, eccetera. Sarà dura, insomma, ma “La grande bellezza” è un film complesso e magniloquente, splendidamente scritto, recitato e diretto, molto italiano e seduttivo quel tanto che serve per piacere anche a Los Angeles. Quindi perché no?

Michele Anselmi

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