Love, Marilyn, il volto sconosciuto della diva

Più che un documentario sembrerebbe un vero e proprio tributo, ricordo inedito di quella che con ogni probabilità è stata “La Diva” per eccellenza del ventesimo secolo. Love, Marilyn: questo il titolo che la regista premio Oscar Liz Garbus (Bobby Fisher against the world) ha voluto dare alla sua ultima creazione, ispirandosi direttamente al modo in cui si chiudevano le infinite lettere che Norma Jean Baker – in arte Marilyn Monroe – scriveva a se stessa.

A mettere in moto il progetto della Garbus (che in Italia uscirà in esclusiva per la Feltrinelli Real Cinema e sarà nelle sale dal 30 settembre al 3 ottobre) è stata una clamorosa scoperta, avvenuta solo un anno fa, quando nella casa di Lee Strasberg – maestro di recitazione della Monroe – uscirono fuori due scatoloni pieni di scritti firmati dalla sua allieva. Una sorta di diario personale, in cui pensieri frastagliati si alternano a scambi epistolari con amici, amanti, a semplici ricette di cucina, agli imperativi che Marilyn si dettava senza sosta, ogni giorno, ossessionata dalla paura di non essere “una brava attrice”. E così, tralasciando volutamente gli scandali e il gossip (primo tra tutti, quello con la famiglia Kennedy), a cinquanta anni dalla sua morte, la Garbus celebra Marilyn con un ritratto malinconico, in cui al sex-symbol che per tanto tempo ha dominato il nostro immaginario si sostituisce l’immagine di una donna fragile e insicura.

A fianco della regista, una carrellata di star Hollywoodiane interpretano le parole sconosciute della diva, le angosce mai rivelate, forse gettate sulla carta in un disperato tentativo di liberarsene. Ellen Burstyn, Uma Thurman, Glenn Close, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Elizabeth Banks, e altre; ad un cast femminile di prim’ordine si uniscono le voci di F. Murray Abraham, Adrien Brody, Paul Giamatti, Oliver Platt e molti altri.

Il puzzle di memorie private di Marilyn viene arricchito dai racconti di Billy Wilder, che la diresse in Quando la moglie va in vacanza e nell’irresistibile A qualcuno piace caldo, dalla biografia di Gloria Steinem, dai toccanti scritti in cui Truman Capote la definisce “limpida come l’acqua”. Il tutto supportato da foto di repertorio e interviste inedite che, passando per la testimonianza diretta di produttori e registi dell’epoca, ci conducono in un percorso di “svelamento gnoseologico” che vuole portare alla luce la Marilyn più pura, reale, umana. La Marilyn che cercava continuamente di sfuggire al personaggio pubblico da essa stessa creato, una primadonna tutta sorrisi e sguardi ammiccanti, che a poco a poco divenne impossibile abbandonare. Quella che per tutta la sua breve vita cercò l’amore senza mai trovarlo, prima con il campione di baseball Joe Di Maggio, poi con il famoso drammaturgo Arthur Miller. Entrambi incapaci di comprendere e abbracciare l’indole instabile della diva, che con l’ultimo marito conobbe anche la tragedia di due aborti spontanei.

Ma Marilyn era anche una donna testarda che cercava di farsi strada nel difficile mondo della 20th Century Fox, per troppo tempo umiliata da una paga che continuava ad essere nettamente inferiore a quella di tante sue colleghe (motivo che la portò ad abbandonare Hollywood per frequentare l’Actor’s Studio di New York). La sua passione per la poesia, il conforto che trovava nelle parole dell’amico Elia Kazan e nei consigli paterni di Lee e Paula Strasberg, nonché il timido disagio di fronte alle orde di giornalisti e fotografi sono l’ulteriore testimonianza di una personalità delicata, offuscata dall’ingombrante alone sexy della propria fisicità.

Liz Garbus ci guida con mano sicura in questa ricostruzione degli aspetti più oscuri della vita di Marilyn (tra i quali, la morte prematura avvenuta nel maggio del ’62 a causa di un’overdose di barbiturici), avvalendosi delle musiche azzeccate di Philip Sheppard e dell’efficace montaggio di Azin Samari. Le attrici del presente danno voce alle lettere della Monroe che passano sbiadite sullo sfondo, cogliendone la drammaticità, la tenerezza, ma soprattutto la straordinaria carica di attualità (peccato per il doppiaggio nella versione italiana, che non rende giustizia alla bravura delle interpreti). Pensieri che avvicinano l’icona bionda degli anni 50 ad una donna moderna, in lotta tra vita privata e oneri della carriera – “Io sono M.M. e non mi è permesso avere problemi, essere nervosa, provare sentimenti”. L’immagine pubblica prima di tutto, lo star system sopra ogni altra cosa.

La Garbus ha saputo mettere insieme i pezzi di un enorme puzzle senza mai scadere nel retorico, andando oltre il già raccontato e cercando di dare alla sua protagonista una veste nuova. Ha fatto, in fondo, ciò che Marilyn credeva di non essere mai riuscita a fare per se stessa: l’ha resa “una donna completa”.

Ilaria Tabet

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