Anni felici, l’autocoscienza di Luchetti

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Venezia? No grazie, troppo stress. Le parole non saranno state queste, ma di sicuro Alberto Barbera c’è rimasto un po’ male quando Daniele Luchetti gli ha negato, senza neppur farglielo vedere, “Anni felici”. Strano, no? Tutti fanno a gara per trovare un posticino alla Mostra del cinema, fosse pure uno strapuntino; invece il 53enne regista romano ha spedito il suo film al festival di Toronto. E oggi che “Anni felici” sta per uscire nelle sale, da giovedì 3 ottobre in 250 copie targato Cattleya-Raicinema, ecco le sue ragioni quietamente enunciate. «A Toronto tutto è più rilassato, non è una questione di vita o di morte come a Venezia. Sono uscito tranquillo dall’albergo per la proiezione, il pubblico mangiava pop-corn, all’uscita mi hanno festeggiato e dato pacche sulla spalla. Ho respirato un’atmosfera meno solenne e sacrale di quella al Lido, diciamo in jeans, e siccome un po’ me la facevo sotto, perché tutto è molto autobiografico, ho preferito salvaguardare la mia integrità mentale». Il resto l’hanno fatto i 400 compratori internazionali presenti in sala, la qual cosa, con la pessima aria che tira per il cinema tricolore, non è da sottovalutare.

Probabile che Luchetti non abbia dimenticato le risatine e i “buuu” raccolti al Lido, nel 1998, per “I piccoli maestri”, neanche un brutto film a dirla tutta. Ma allora aveva 39 anni, oggi l’uomo ha emotivamente le spalle più larghe: la lunga psicoanalisi è servita e il figlio tredicenne, frutto dell’unione poi finita con l’attrice Stefania Montorsi, l’ha costretto a cimentarsi col difficile ruolo di padre.
Naturalmente “Anni felici” è un titolo da prendere per contrasto, non fosse altro perché i due protagonisti si massacrano sentimentalmente per 100 minuti di film. Tuttavia sentiamo dire prima dei titoli di coda, dalla voce narrante dello stesso Luchetti: «Indubbiamente erano anni felici, peccato che nessuno se ne fosse accorto». Girato col titolo di lavorazione “Storia mitologica della mia famiglia”, il film è ambientato nell’estate del 1974 e pesca direttamente nell’infanzia del regista e di suo fratello minore, restituendo il tribolato rapporto con i genitori. Che cosa c’è di vero e cosa di inventato? «I fatti sono in parte frutto di fantasia, i sentimenti invece sono totalmente autentici. Ho dovuto inventare molte bugie per riuscire ad avvicinarmi a quella che umilmente definisco la verità» teorizza Luchetti.
Così ci ritroviamo immersi in quell’estate cruciale, a contatto con una bizzarra famiglia ritagliata piuttosto fedelmente dalla realtà, anche se cambiano i nomi.

Guido, cioè Kim Rossi Stuart, è uno scultore d’avanguardia, alquanto squattrinato e tormentato, che insegna all’Accademia di belle arti e segretamente aspira alla celebrità della triade Tano Festa, Schifano, Angeli. Serena, cioè Micaela Ramazzotti, è la sua bella moglie: viene da una famiglia di ricchi bottegai, ama poco l’arte ma molto l’artista che ha sposato, gli ha dato due figli vivaci, Dario e Paolo, di dieci e cinque anni. Solo che i due adulti non si prendono proprio: lui, facile alle scappatelle sessuali, è impegnato a orchestrare la performance provocatoria nella speranza di sfuggire all’anonimato; lei vive con ossessiva gelosia l’incartarsi del marito, sempre più frustrato e rabbioso nella sua crociata contro quella che giudica «arte convenzionale», pronto perfino a picchiare un critico in stile Achille Bonito Oliva.

In mezzo, appunto, i due bambini. «Come nella tradizione degli anni Settanta, chiamano per nome i genitori e assistono a tutto: tradimenti, confessioni, litigi. Spettatori muti di dinamiche troppo grandi per loro» spiega Luchetti. Che si rispecchia, l’avrete capito, in Dario: già regista in erba, capace di catturare, con la piccola cinepresa Kodak, eventi ridicoli o devastanti. «Un modo per guardare senza ferirsi, un filtro tra se stesso e la vita» dice il regista, confessando di aver girato questo film, inciso sulla propria pelle, perché «ho curiosità del passato e nostalgia del futuro, invece del contrario».

Il padre del regista è morto tanto tempo fa, a 53 anni, quindi non ha fatto in tempo a vedere il film. La madre invece ha seguito con curiosità la genesi di “Anni felici”, qualche volta andando sul set, ma senza intromettersi. Neanche di fronte alla parentesi lesbica con la gallerista tedesca Martina Gedek, in chiave di autocoscienza femminista e di consapevolezza sessuale, che il figlio ha escogitato per rendere più rovente il conflitto familiare, anche per spiazzare l’anticonformismo del marito. «Mamma non se l’è presa, mi ha detto: “Sentiti libero, Daniele”. È solo preoccupata per ciò che possono pensare i vicini di casa. Magari, però, dopo questo film avrà una sua nuova vita erotica» scherza Luchetti.

Michele Anselmi

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