Evangelion 3.0: una riscrittura eterodossa

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, è indubitabile che, nell’educazione e nella formazione della cultura visuale dei bambini e dei ragazzi, una parte progressivamente crescente sia stata condizionata dalla visione dei prodotti di animazione giapponese, proposti principalmente sulle reti private del gruppo Mediaset e su alcuni canali secondari. Si tratta di una tendenza che, a partire dagli anni Duemila, si è progressivamente invertita, anche per l’appiattimento dell’offerta e della qualità dei prodotti. Il punto di svolta di questo processo dunque, l’apogeo di una tendenza ormai in dissoluzione, è da rintracciarsi fra la fine degli anni Novanta e i primi anni del XXI secolo. Non è un caso allora che proprio in quel periodo, MTV (emittente musicale che proponeva un insieme di serie animate ignorate dalle altre reti) avesse cominciato a trasmettere Neon Genenis: Evangelion. Il ritorno al cinema della serie con la tetralogia Rebuild of Evangelion, arrivata in questi giorni al terzo episodio, Evangelion 3.0: You can (not) redo, ha quindi smosso le fasce di fan che aspettavano l’uscita del titolo, quelle stesse che l’11 Settembre del 2001 (data ancor più emblematica per un cartone animato denso di escatologia) erano pronti a sintonizzarsi su MTV.

Evangelion 3.0, a differenza dei due precedenti lavori di Rebuild, non si preoccupa di riscrivere la vicenda narrata nella pur non eccessivamente prolissa serie televisiva, se non in piccola parte. La vicenda è infatti quasi completamente nuova, non fosse che per alcuni dettagli contingenti e per la presenza di quella chiave di volta che è Kaworu Nagisa, personaggio molto sacrificato dall’anime che riesce a trovare una dignità maggiore in questa occasione, anche se la natura del suo ambiguo rapporto con il protagonista Shinji non riesce ad emergere con la stessa incisiva chiarezza che aveva nel manga originale.

Il mondo di 3.0 è devastato da un’apocalisse causata, pure in maniera involontaria, proprio da quello Shinji Ikari che avrebbe dovuto sventarla, pilotando le unità EVA cui si fa cenno nel titolo. Lo scontro con gli Angeli, nemici tradizionali delle puntate dell’anime, dal nome biblico e dalle oscure facoltà, viene completamente messo da parte per quasi tutta la durata della pellicola e un’attenzione molto maggiore viene data a quegli elementi che, pur costituendo il fascino di Evangelion, erano rimasti avvolti nel mistero (le vere intenzioni della NERV, i piani della SELEE, la natura di Rey Hayanami, il rapporto fra l’unità EVA01 e la madre di Shinji). La conseguenza di questa profonda riscrittura narrativa è una gestione diversa dei personaggi, che vengono profondamente mutati e per lo spettatore affezionato risultano in alcuni casi quasi irriconoscibili; questo è il caso, ad esempio, di Misato Katsuragi, che perde del tutto la vena divertente e spiritosa che faceva da contraltare alla sua sempre lucida riflessione sulla difficile posizione che era chiamata a ricoprire.

Un altro motivo di perplessità potrebbe risiedere nella difficoltà di gestire i rapporti fra questo episodio della tetralogia e le puntate della serie originale, anche considerando il lungometraggio End of Evangelion. In particolare You can (not) redo pone delle problematiche di plausibilità di non facile risoluzione se si considera che esso è in tutto e per tutto incompatibile con la conclusione dell’anime e con quanto evidenziato nel film sopraccitato. Si apre dunque un ulteriore universo di possibilità, anche più drammatico almeno per quanto è stato possibile vedere sino a questo momento. E’ comunque evidente che l’attesa per il quarto e ultimo capitolo di questa riscrittura cinematografica, divenuta ormai profonda a tal punto da mettere in crisi l’edificio visivo messo in piedi dal cartone animato di base, è estrema. La chiusura del cerchio che tutti si aspettano potrebbe anche non arrivare mai ed è molto verosimile pensare che i profondi cambiamenti messi in atto da questo terzo episodio di Rebuild potrebbero aver lasciato scontenti alcun fan, perplessi dal nuovo stato di cose aperto da questa apprezzabile ma forse azzardata operazione filologica.

Giuseppe Previtali

Lascia un commento