Il sud è niente, la difficile crescita di Grazia

Il mare, placenta scura e rassicurante che nasconde e protegge: la fragilità di corpi sospesi tra basso e alto, le profondità e l’azzurro tremulo della superficie. Scure sono le gambe di Grazia a dibattersi nell’acqua, unico elemento a difenderla dai “Non so”, dal muro d’omertà che le strappò di dosso il fratello Pietro, emigrato in Germania e morto senza un dove e un perché. E’ durante una nuotata che alla ragazza sembrerà di veder precipitare in acqua il corpo di un giovane, quello del sangue del suo sangue. Aveva dodici anni allora, quando Pietro scomparve, ora ne conta diciassette. Di lui resta solo una barca con un nome dipinto addosso, utero dove abbandonarsi al sonno per non avere più paura. Vive nel profondo sud, Grazia. Ogni giorno vede salpare i traghetti che portano da Reggio a Messina. La picciridda tiene lineamenti mascolini, è in quella stagione in cui non si sa ancora cosa farsene del proprio corpo, dove e quando si voglia partire. Ad aumentare la sua voglia di nascondersi dietro atteggiamenti e abiti d’uomo l’assenza del fratello, il desiderio di farsi tutt’uno con lui: uomo e donna in un unico viluppo.

Le giornate trascorrono lente tra le stanze buie di casa e la voce di nonna che ricorda al posto del padre: “Raccontami ancora com’era Pietro”. Intensa e delicata la prova d’attrice di Alessandra Costanzo, voce degli antenati nel suo immergere le mani in farina e zucchero preparando i ‘morticini’, biscotti per i defunti da posare accanto alla foto del nipote. Le anime dei morti fanno un lungo viaggio per ritornare a casa e quando arrivano hanno bisogno di ristorarsi, qualcosa da bere e da mangiare. Il padre di Grazia vive di una bottega di pesce stocco, ma la malavita rende l’esistenza impossibile ai commercianti. L’unico modo di sopravvivere è rimanere zitti. Presto Cristiano dovrà vendere casa e bottega per proteggere l’unica figlia.

Fabio Mollo, trentatré anni, una borsa di sviluppo del Nipkow Programm di Berlino che lo conduce al Toronto Film Festival, è qui al suo primo lungometraggio. Uno spunto narrativo efficace quello di “Il sud è niente”. Una storia di omertà mescolata assieme al percorso di crescita e presa di coscienza di sé di una giovane calabrese. Tuttavia il film perde e si disperde in momenti dove la recitazione, quella come si deve (come dovrebbe essere), viene a mancare. La giovane Miriam Karlkvist (Grazia nel film) è una bella faccia da cinema, buca l’obiettivo, non si nega, ma alla lunga risulta troppo acerba da un punto di vista performativo per risultare efficace davanti alla macchina da presa, sul grande schermo. I suoi gesti, visibilmente dettati da ordini di regia, così come la sua mimica facciale, alla lunga, risultano fasulli sì da rendere irreale ciò che dovrebbe essere la perfetta ricreazione di una realtà. Lo stesso Vinicio Marchioni, padre di Grazia, rivela tutta la sua fragilità di personaggio, specie nelle scene di dialogo con la figlia. Intonazioni svizzere e false espressioni facciali drammatiche e contrite rendono inadeguati momenti che avrebbero potuto essere di grande pathos. L’ “amichevole partecipazione” di Francesca Lodovini, infine, poteva essere tranquillamente evitata. Un cameo che non fornisce alcun contributo allo sviluppo narrativo della storia penalizzandone il percorso.

Chiara Roggino

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