Addio Giuliano Gemma, il sorriso del pistolero

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Lettera 43”

Ringo portava magnificamente gli anni: 75 per l’esattezza, compiuti il 2 settembre scorso. Riposto da tempo il cavallo e appeso al muro il cinturone, ma sempre atletico nel fisico, martedì 1° ottobre è uscito dalla villa di Cerveteri con la sua utilitaria per giocare a Bingo e cenare con alcuni amici dalle parti di Civitavecchia: uno scontro frontale con un’altra auto l’ha ucciso in pochi minuti. Così se n’è andato Giuliano Gemma, appunto il Ringo di tanti western all’italiana, o spaghetti-western se preferite, girati tra il 1965 e i primi anni Settanta: diciamo l’altra faccia, meno ispida, cinica e crudele, dei pistoleri alla Clint Eastwood e alla Franco Nero. Leggenda vuole che sia stato il primo “westerner” italico a non usare controfigure, un po’ per risparmiare sui costi, un po’ perché nasceva stuntman, un po’ perché si divertiva a fare i salti mortali e le scazzottate, soprattutto a cascare da cavallo, spesso montati a pelo come gli Apache.
“Faccia d’angelo” lo chiamavano, e certo possedeva un viso perfetto, nonostante quella piccola cicatrice sulla guancia sinistra, colpa di una scheggia di mina risalente all’infanzia, che peraltro gli conferiva un che di vissuto, un tratto da avventuriero senza macchia e senza paura, sia pure in una chiave di voluta autoironia.
Il destino a volte fa strane giravolte. In una lunga intervista televisiva a Italo Moscati, Gemma ricordava con affetto l’incontro con Belinda Lee sul set di “Messalina, Venere imperatrice”, 1960: pochi mesi dopo, a soli 26 anni, l’attrice inglese, bellissima e infelice, sarebbe morta in un incidente stradale a San Bernardino, California. Maledette automobili.
Raccontava di sé da giovane: «Nasco saltimbanco. A 14 anni ero altro 1 metro e 80, facevo ginnastica, però faticavo troppo sugli anelli e mollai per andare al Cral Mattatoio di pugilato, nel quartiere romano di Testaccio. Ma non avevo abbastanza grinta, quando salivo sul ring l’emozione mi tagliava le gambe. E mi spostai sui tuffi. Al cinema cominciai da “cascatore”, non so quante volte sono caduto da cavallo». Eppure proprio i cavalli gli portarono fortuna, fama, denaro. Perché senza “Una pistola per Ringo” e “Il ritorno di Ringo” di Duccio Tessari o “Un dollaro bucato” di Giorgio Ferroni quel giovanotto romano fino ad allora protagonista di un solo film, il mitologico e burlesco “Arrivano i Titani”, dove gli avevano tinto i capelli di un biondo platino invedibile, non sarebbe diventato una star. All’inizio col nome d’arte di Montgomery Wood, come usava all’epoca per dare una parvenza di “verità” a quei western spesso girati dalle parti di Manziana, nel Viterbese; poi, col successo, sui titoli di testa tornò il vero nome, Giuliano Gemma, anche se la voce rimase, per anni, quella del doppiatore Pino Locchi, la stessa di Sean Connery in 007.
A rivederli oggi, quei film western, talvolta girati in inglese per venderli all’estero, spesso risultano deludenti, tutti uguali, anche nella progressione degli eventi: il pistolero che vuole smettere, i cattivi che lo prendono di petto e lo torturano, la bella da salvare, il messicano cattivo quasi sempre interpretato da Fernando Sancho, la vendetta che lascia una selva di cadaveri sul terreno. E tuttavia Gemma si divertiva a farli, variando di poco il personaggio dell’eroe raddrizzatorti, che si chiamasse Ringo o in altro modo, ma cercando di aggiungere qualcosa di nuovo nelle trame. Come nel caso del curioso “Il prezzo del potere” di Tonino Valerii, del 1969, dove viene evocato, chiaramente in chiave ottocentesca, l’assassinio di Kennedy a Dallas con relativo complotto. Alcuni titoli dell’età d’oro, prima che anche il genere dei “cappelloni” si spegnesse in una trita ripetizione? “Adios Gringo”, “Arizona Colt”, “Wanted”, “I giorni dell’ira”, “I lungi giorni della vendetta”, “…e per tetto un cielo di stelle”, più tardi “Sella d’argento” e lo sfortunato “Tex e il signore degli abissi”.
Sarà perché avevo solo dieci anni, ma il mio preferito – se è permesso un ricordo personale – resta “Un dollaro bucato”: dove Montgomery Wood, reduce dalla Guerra civile americana dalla parte dei sudisti e privato della Colt alla quale i nordisti aveva segato la canna, veniva introdotto da una delle più melodiose canzoni mai scritte da Fred Bongusto, “A man, a story”, poi tradotta in italiano col titolo “Se tu non fossi bella come sei”.
Nella vita Gemma era un uomo cortese, sempre disponibile, mai fanatico nel ricordare gli anni del successo, padre di due figlie avute dal primo matrimonio, e poi marito della giornalista radiofonica Daniela “Baba” Richerme. Era stata quella presenza fisica imponente, sia pure disciplinata al sorriso, a imporlo prima come controfigura sul finire degli anni Cinquanta (la sua fortuna fu apparire tra Charlton Heston e Stephen Boyd in “Ben Hur” di William Wyler), poi come protagonista di qualche “sandalone” mitologico tutto muscoli e cartapesta (appunto “Arrivano i Titani”), infine come cowboy/pistolero dalla battuta facile sull’onda di “Per un pugno di dollari” (per imparare a maneggiare disinvoltamente la Colt 45 studiò per settimane “L’uomo senza paura” con Kirk Douglas).
Vero, le biografie attestano una comparsata, tra Alain Delon e Mario Girotti, poi Terence Hill, in due scene del viscontiano “Gattopardo”, vestito da garibaldino. Ma per il cinema d’autore, a parte la curiosa parentesi di “Corbari” nel 1970, per il quale lavorò a cachet ridotto nel ruolo del famoso partigiano, bisognerà attendere gli anni Settanta. Per l’esattezza il 1976. «L’unico regista intellettuale che si prese il rischio di farmi lavorare fu Valerio Zurlini, nel “Deserto dei tartari”, dal romanzo di Dino Buzzati», raccontava Gemma. Gli portò bene recitare con la propria voce, nel ruolo del maggiore Matis: ne venne fuori un David di Donatello. Così, negli anni successivi, eccolo in “Il prefetto di ferro” e “Corleone” di Pasquale Squitieri, “Un uomo in ginocchio” e “L’avvertimento” di Damiano Damiani, “Speriamo che sia femmina” di Mario Monicelli.
«Non ho rimpianti, ho girato 80 film, sono andato in Costa d’Avorio con una decina di colleghi e tutti venivano da me, mettendomi a disagio», ricordò in un’intervista di qualche anno fa. La sua recitazione era precisa, metodica, a tratti irrigidita e senza scatti di originalità, ma priva di cadute, anche ora che era la televisione a cercarlo, che si trattasse della serie “Il capitano” o dei tredici episodi di “Capri”.
Il fisico era rimasto atletico, il viso aveva conosciuto qualche ritocco di troppo, ma di sicuro Gemma non se la tirava. Soprattutto, fuori dal set, aveva potuto recuperare la camminata di sempre: a passi stretti e svelti, coi piedi in fuori, un’abitudine tipica degli sportivi.

Michele Anselmi

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