Naomi Watts: una Diana perfetta (il film no)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ma sì. In fondo era prevedibile che i critici britannici l’avrebbero stroncato dopo l’anteprima mondiale a Londra del 6 settembre scorso. «Imbarazzante, disastroso, incredibilmente terribile»: sono alcuni dei commenti messi nero su bianco; per non dire del giudizio più infamante, pure di dubbio gusto considerando come andarono le cose la notte tragica del 30 agosto 1997: «Uno schianto stradale cinematografico». Trattasi di “Diana. La storia segreta di Lady D”, il film del tedesco Oliver Hirschbiegel, già regista di “La caduta” e della serie tv sui Borgia, che esce il 3 ottobre in Italia, targato Bim. Ma davvero è così brutto? Davvero si salva solo l’attrice anglo-australiana Naomi Watts, impressionante nella somiglianza grazie a trucco e parrucco, intensa nell’incarnare la mitica principessa inglese attorno alla cui morte si almanacca e indaga ancora?
Certo, lei è proprio brava. Un ruolo simile, in chiave di biopic, è da far tremare le vene e i polsi. Infatti gli esperti di “Dianologia comparata”, non sapendo più cosa scrivere, le hanno pure rimproverato di non possedere «lo sguardo triste e gli occhi da cerbiatto» della principessa. Ma se date un’occhiata al manifesto del film per un attimo avrete il dubbio di vedere la vera Diana e non l’attrice che la interpreta. Peraltro, Naomi Watts, giustamente preferita a Jessica Chastain durante il tormentato lavoro di casting, è stata molto attenta nel parlare. A chi le chiedeva se “Diana” corresse il rischio di offendere i veri figli William ed Henry, evocati solo da lontano in una breve scena, ha risposto: «Spero sinceramente che vedano il film. E che magari sentano che lo abbiamo fatto in modo rispettoso e sensibile».
Non che l’attrice abbia detto subito di sì. Tra film e serie tv, a partire dalla prima girata nel lontano 1982 e intitolata “Carlo e Diana – Una storia d’amore”, parecchie attrici si sono misurate con la principessa, riproducendone gesti, espressioni, toni di voce: Catherine Oxenberg addirittura due volte, e poi Amy Seccombe, Serena Scott Thomas, Caroline Bliss, Genevieve O’Reilly, solo per dirne alcune. Ma Naomi Watts è di sicuro la più convincente di tutte, forse l’unica capace di andare oltre l’imitazione perfetta per estrarne qualcosa di più toccante e intenso, anche contraddittorio.
«Per un po’ sono stata combattuta, perché Diana è una delle donne più famose dei nostri anni, tutti pensano di conoscerla. Mi chiedevo se sarei riuscita a farne un personaggio mio senza tradire la persona» ha confessato. Alla fine, anche grazie al notevole compenso e al prevedibile ritorno di immagine, ha accettato l’ingaggio. Spiegando: «Il film si sarebbe fatto comunque. Così, dopo aver rifiutato due volte la parte, ho preferito partecipare. Mi piace interpretare donne complicate, piene di contraddizioni. E Diana era tutto questo. Poteva essere forte e ribelle, triste e infantile. Ma anche felice, euforica, maliziosa, civetta e incredibilmente saggia. Sono queste le donne che mi interessa portare sullo schermo e avere per amiche».
La vera Lady D. morì a 37 anni in quel maledetto tunnel parigino insieme al “fidanzato” Dodi Al-Fayed e all’autista, e ancora oggi le dinamiche dell’incidente stradale non sono mai state del tutto chiarite. Di recente s’è parlato anche del coinvolgimento delle militari Sas britanniche; e molti in Italia ricordano il titolo a nove colonne, piuttosto enfatico, che fece ”l’Unità” il giorno dopo la morte di Lady D: «Scusaci principessa». Il film, in buona misura tratto dal libro di Kate Snell “Diana: l’ultimo amore segreto della principessa triste” e scritto per lo schermo da Stephen Jeffreys, non riapre le indagini e non ipotizza complotti, partendo da una legge fondamentale dello spettacolo, bene espressa dal produttore Robert Bernstein: «Se vuoi raccontare la vita di un personaggio famoso devi concentrarti su un periodo specifico e rileggerlo alla luce di un rapporto importante ma poco conosciuto della sua vita».
Esattamente quanto fa il film di Hirshbiegel, puntando sugli ultimi tre, cruciali, anni di vita di Diana Spencer: quelli “riscaldati”, prima della tragica fine parigina, dalla tribolata e intensa love-story con il cardiochirurgo pachistano Hasnat Khan, incarnato da Naveen Andrews, che fu l’indiano di “Lost”. Naturalmente, per rendere più alta la temperatura romantica della storia e piacere al grande pubblico femminile che probabilmente apprezzerà, “Diana” assume un punto di vista preciso: quello per Khan fu vero amore, squassante e irriducibile; quello per Al-Fayed una specie di chiodo-scaccia-chiodo, una piccola vendetta consumata tutta in chiave giornalistica, a partire dai famosi scatti sullo yacht durante una vacanza in Sardegna.
Non sembra infatti granché felice Diana, pantaloni bianchi e giacca blu, uscendo con il facoltoso amante dall’albergo parigino, pochi minuti prima di morire inseguita dai paparazzi indemoniati. Da lì si torna a tre anni prima, al 1994, con la principessa, già separata da Carlo, che vive sola a Kensington Palace, accudita da una schiera di servitori e segretari che faticano a farle rispettare il protocollo degli Windsor. Un classico. Diana come una giovane donna ingenua e impulsiva, che tiene tre orsacchiotti di peluche in camera da letto, segnata da un doppio ripudio familiare, a tratti sprovveduta, smaniosa di aiutare gli altri, certo consapevole di essere nel mirino di una pressione mediatica senza precedenti, capace di far perdere la testa a chiunque. È in questo contesto che lei, alle prese con incubi ricorrenti nei quali cade nel vuoto senza mai essere afferrata da una mano amica, incontra casualmente in ospedale quel cardiochirurgo riservato poco incline a genuflettersi di fronte alla celebrità planetaria. Anzi sulle prime Hasnat Khan è addirittura scontroso, Lady D crea scompiglio nei reparti, lui pensa che la signora voglia solo farsi pubblicità: invece no, scatta la scintilla, e incuriosito il pakistano accetta l’invito a palazzo per una cena a base di spaghetti e vongole. Naturalmente il piatto amorevolmente cucinato non gli piace, e sarà un hamburger da fas-food procurato dalla scorta di Diana a migliorare il clima della serata.
Dura 113 minuti “Diana. La storia segreta di Lady D”, e certo non è un capolavoro: ma bisogna riconoscere che, nel suo genere, il cine- romanzone alla fine prende. Specie quando rivela, mischiando finzione e realtà, versi del poeta Rumi e sacrosante campagne umanitarie contro gli effetti devastanti delle mine anti-uomo, le accortezze attraverso le quali i due amanti riuscirono a vedersi senza finire sulle prime pagine dei tabloid. A un certo punto Diana-Naomi tira fuori dalla scatola una parrucca scura ed eccola camminare spavalda per strada, in un abitino attillato e corto, senza che nessuno la riconosca. Sembra una specie di Nicole Kidman mora, e forse non è un caso che la collega, pure lei australiana, abbia appena girato un film su un’altra principessa rimasta infissa nella memoria popolare: Grace di Monaco.

Michele Anselmi

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