Film Festival Turco, titoli di rottura e omaggi al passato

Mamma li Turchi! Questa volta il leccese Sant’Oronzo se ne può stare tranquillo perché i turchi sono arrivati in pace e si son fatti accogliere volentieri nelle straordinarie pellicole selezionate dalla terza edizione del Film Festival Turco di Roma, conclusosi domenica 29 settembre presso il cinema Barberini. Con la presidenza onoraria di Ferzan Ozpetek , la manifestazione ha incontrato il pubblico in tre intense giornate di proiezioni con un programma non ricchissimo ma senza dubbio interessante, dando la possibilità di vivere la Turchia tra passato e presente, variando con film drammatici e comici ed una bella proposta di cortometraggi.

Belmin Soylemez propone il suo pluripremiato “Il Tempo Presente – Simdiki Zaman” (2012). L’esigenza della regista è quella di allargare i confini turchi attraverso il racconto di una storia: una donna, a cui occorrono dei documenti per potersene andare in America, inizia a lavorare come chiromante e leggere tazze di caffè la mette in stretto contatto con il tempo, con il futuro della vita che per lei non arriva mai.

Dei cinque cortometraggi desta attenzione in particolar modo “Il Vapore – Buhar” (2012) del giovane Abdurrahman Oner. Nel corto di dodici minuti si ascolta in sottofondo un programma tv in cui donne raccontano la voglia di sposarsi e di fare bambini, mentre uno specchio riflette la tragedia che sta per commettere la protagonista intenta ad apparecchiare la tavola in attesa del compagno; all’arrivo, l’uomo confessa di sposarsi con un’altra donna perché in grado di dargli un figlio. Oltre alla scelta scenografica suggestiva, è apprezzabile il fatto che siano le nuove generazioni di uomini turchi a denunciare la mortificazione sentimentale e l’abbandono che la donna è costretta a subire se non può avere figli. Nel cinema sono poche le pellicole che affrontano questa situazione di sottomissione culturale di genere, ricordiamo “La bicicletta verde” (2012), diretto dalla prima regista donna dell’Arabia Saudita Haifaa Al Mansour, quest’anno presidente della Giuria Internazionale al Festival di Venezia.

Si ripercorrono poi gli anni dal 1970 al 1995 con il maestro Yilmaz Guney a cui il Festival ha assegnato il premio onorario. Attore cinematografico, regista e scrittore turco, ha prodotto tenacemente opere che gli sono costate diverse volte il carcere da cui è stato costretto nel 1981 a fuggire, rifugiandosi in Francia. I suoi film, proibiti in Turchia sino al 1992, rimarcano le sue idee politiche comuniste. “L’Amico – Arkadas” (1974) si fonda sul divario sociale tra la classe rurale e quella benestante con la conseguente perdita di valori, tra cui appunto l’amicizia, e l’incapacità di aiutare le popolazioni povere affinché possano condurre una vita dignitosa. Ed è ancora di povertà che il cineasta parla occupandosi anche della sceneggiatura in “La Speranza – Umut ” (1970), straordinaria disperazione in bianco e nero di chi non sa più come guadagnarsi da vivere e si affida così alla fortuna del gioco, agli dei, alla superstizione e alla caccia di tesori visionari al limite della pazzia. Tempi lontani quelli di Yilmaz? Nemmeno poi così diversi dai nostri.

Patrizia Miglietta

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