“Stacco la chiave”. Addio a Carlo Lizzani

L’angolo di Michele Anselmi | Pubblicato su “il Secolo XIX”

A riascoltarle oggi, quelle parole sospirate in un’intervista televisiva a Paolo Di Stefano fanno impressione. Diceva Carlo Lizzani: «Considero la vita certamente un dono. Apparire al mondo tra miliardi di spermatozoi e ovuli… Ognuno di noi è come se avesse vinto ottanta volte la più incredibile delle scommesse. Sono grato di questo dono straordinario, ma non riesco a darmi un perché, a identificare questo perché in un essere supremo, lontano da questo mondo».
Il regista romano s’è ucciso sabato, a 91 anni, buttandosi dal terzo piano del suo appartamento romano di via dei Gracchi 84, intorno alle 15. Difficile non pensare al gesto estremo di Mario Monicelli: provato da un tumore e ormai quasi cieco, si gettò dalla finestra dell’ospedale il 28 novembre 2010. Ma perché l’ha fatto Lizzani? Era depresso, dicono, reduce da una brutta caduta che gli aveva impedito di andare a Venezia per presentare il documentario “Il neorealismo. Non eravamo solo… Ladri di biciclette” di Gianni Bozzacchi. Lo stesso Bozzacchi col quale aveva scritto “The Listener”, un film tratto dal libro “Operazione Appia Antica” di Giulio Andreotti, lungamente annunciato, forse possibile grazie al mezzo sì di Al Pacino.

Adesso, per cortesia, niente pettegolezzi e anatemi morali. Ma certo colpisce, bisogna dirlo senza ipocrisia, la fine tragica: un sabato piovoso, la decisione di chiudere con un salto dal balcone, forse per sfuggire a un disagio crescente, alla salute periclitante o addirittura malmessa, a un film tutto da costruire, lasciando un biglietto dove pare sia scritto «Stacco la chiave», il figlio Francesco che parla al Tg1 di eutanasia se il padre avesse potuto scegliere. Del resto, anche Dino Risi, altro grande vecchio del cinema, s’è lasciato morire ultranovantenne smettendo quietamente di nutrirsi; e lo sceneggiatore Luciano Vincenzoni, mancato il 22 settembre, di certo ha affogato nel whisky un lungo oblio professionale. Sembra una maledizione. O forse il cinema è una “malattia” dalla quale, purtroppo, non ci si libera mai.

Naturalmente regista è termine riduttivo per Lizzani. Uomo gentile e disponibile, padre e marito premuroso, alto, magrissimo, gran testa di capelli, è stato documentarista, sceneggiatore, saggista, polemista, storico del neorealismo, direttore della Mostra di Venezia dal 1979 al 1982. Un intellettuale organico al Pci, per anni suo partito di riferimento, ma anche, all’occorrenza, pensatore libero e insofferente ai dettami togliattiani in materia culturale.
Diceva di sé: «So che avrei potuto raggiungere vette più alte nel cinema se avessi seguito un solo sentiero. Ho fatto cinema popolare, mi sono cimentato con tutti i tipi di personaggi, mi sono divertito, il cinema mi ha portato in Africa, Cina, America. Forse mi sono servito del cinema per vivere con maggiore intensità, ma non ho mai messo la mia vita al servizio del cinema». In fondo la pensava come Furio Scarpelli, gran sceneggiatore della commedia italiana: «Il cinema viene dopo». Cioè dopo aver ascoltato e osservato la realtà, dopo aver riflettuto sull’urgenza di raccontare una storia, dopo aver messo da parte i narcisismi d’autore.
Il corpus della sua opera è impressionante: salvo sviste, 32 lungometraggi, dal primo “Achtung! Banditi” del 1951 all’ultimo “Hotel Meina” del 2007, più un folto numero di corti, documentari, episodi di film corali, miniserie televisive anche di forte riscontro popolare, come “Un’isola”, “Il caso Dozier” o “Maria José, l’ultima regina”. E poi libri densi come “Storia del cinema italiano: 1895-1961”, “Attraverso il Novecento”, “Il discorso delle immagini. Cinema e televisione: quale estetica?”, soprattutto, per vividezza e qualità, l’autobiografia “Il mio lungo viaggio nel secolo breve”, licenziata nel 2007.
Quando, nel 2010, il festival di Pesaro gli dedicò una retrospettiva, Lizzani realizzò apposta una sorta di auto-antologia. In quell’occasione spiegò: «L’idea è di cucire insieme sequenze di alcuni miei film, una quindicina, per delineare una breve storia sintetica del Novecento italiano. Parto da “Cattiva”, per proseguire con “Cronache di poveri amanti”, “Fontamara”, “Un’isola” e “Maria José”, naturalmente “Mussolini: ultimo atto” e altri. Per dirla con Manzoni, ho trattato gli umili e i potenti: i partigiani di “Achtung! Banditi!”, i gerarchi del “Processo di Verona”. Squarci di una storia patria che ancora m’appassiona».

Tutto ciò appena tre anni fa, quando Lizzani, con quella sua aria dinoccolata, si divertiva ancora a progettare film. Non che il suo ultimo, “Hotel Meina”, fosse stato una riuscita, tanto meno un successo. Pure oggetto di polemiche e contestazioni per certe libertà prese nella ricostruzione degli eventi legati a un rastrellamento di ebrei in un albergo sul Lago Maggiore, nel 1943, ad opera delle SS. Magari era giunto il tempo di mollare, anche per questioni di età: invece, tra un saggio e un articolo di giornale, un convegno e un documentario collettivo, Lizzani non sembrava aver rinunciato al brivido del set.

Diversamente c’erano stati anni in cui, dopo la preziosa gavetta come aiuto di Blasetti, De Sica, De Santis, Rossellini, aveva messo a punto uno stile personale, capace di intrecciare ricostruzione storica, eredità neorealista, gusto spettacolare e vicende di malavita, con qualche divagazione eccentrica, come “Lo svitato” col giovane Dario Fo. Qualche titolo? “Cronache di poveri amanti” da Vasco Pratolini, “Il gobbo”, “Il processo di Verona”, “La vita agra” da Luciano Bianciardi, “Svegliati e uccidi (Lutring)”, soprattutto “Banditi a Milano”, “Crazy Joe”, “Mussolini ultimo atto”, per il quale riuscì ad aver Rod Steiger ed Henry Fonda, “San Babila ore 20: un delitto inutile”. Anche il curioso, molto audace sul piano erotico, “Kleinhoff Hotel”. O, tra i film considerati minori, il giallo “La casa del tappeto giallo”. Attori come Gian Maria Volonté, Ugo Tognazzi, Marcello Mastroianni o attrici come Silvana Mangano, Carla Gravina e Giovanna Ralli lavoravano volentieri con lui: regista veloce nelle riprese, senza troppe ubbie di stile, capace di intendersi perfino con un produttore fumantino come Dino De Laurentiis (si narra di contratti firmati su soggetti raccontati a voce).

Poi, certo, la politica aveva svolto un ruolo cruciale nella vita di Lizzani. Figlio di un commercialista con la passione della fotografia e della letteratura, il giovane Carlo, appena ventenne, aveva introdotto in casa, facendoli passare per assistenti universitari, i capi del Pci clandestino, inclusi Longo, Amendola, Ingrao e Alicata. E qualche mese dopo si ritrovò a militare nella Resistenza romana: «Non ho mai sparato a nessuno, ma organizzavo scioperi all’Università, volantinaggio, trasporto d’armi» raccontò più tardi, ricordando quei giorni di fuoco.

Michele Anselmi

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