Las acacias, sorprendente opera prima di Pablo Giorgelli

Braccia e gambe spezzate precipitano al suolo con fragore. “Arti” d’albero, pesanti tronchi d’acacia strappati alle piante da buttar giù. Caricati sui camion, pronti al viaggio: Paraguay – Argentina. A sera, la piana è sparsa di monconi d’albero, ceppi funebri a salutare l’ultima luce del giorno. Ruben (Germán de Silva) è come loro. Vita da camionero (“Sono trent’anni che guido”), conosce per nome i pezzi d’albero che trasporta, ne aspira e riconosce l’odore, aroma acre che è parte di lui. Tronchi duri e corteccia irta di spine, le acacie. Un tutt’uno col torso dell’uomo, inspessito dai viaggi e dal tempo, lavato e levigato alla buona in una stazione di servizio. Ai crocicchi, piccoli e grandi stazioni ad ospitare i giganti a motore, ci si aggira tra vetture di variegati colori. La luce fende e illumina passaggi stretti, cromatismi bizzarri rassomigliano ai medesimi di baracche senza luogo né tempo: piccole favelas perse lungo l’autostrada.

Oggi non è una giornata come tante. Ruben non sarà più solo. Il suo capo lo ha incaricato di dare un passaggio a una persona: prenderla con sé e condurla a Buenos Aires. Lei è Jacinta (Hebe Duarte) ed è in compagnia. Porta in braccio Anahì, piccola di sei mesi. Il fagotto in braccio alla donna è un imprevisto. Ruben pensava di trasportare un solo passeggero. Le cose si complicano sì che le prime ore di viaggio trascorreranno nel più assoluto silenzio. Ma il tempo aiuta a scrutarsi. Campi e controcampi tra occhiate fuggitive, annusandosi l’un l’altro, affidandosi reciprocamente lungo le strade, il rumore e il cemento. Sole ed alberi scorrono nello specchietto retrovisore. Le prime parole saranno imbarazzate, così come devono essere.

In una pausa lungo il viaggio on the road, la donna rimarrà sola nel veicolo a curiosare nel cruscotto del camion: qualche foto, un bambino (“Aveva occhi così grandi”), una bicicletta. Jacinta non ha un uomo, Anahì ha solo una madre. Ruben, senza famiglia, un figlio non visto da otto anni, forse più. Las acacias, miglior opera prima a Cannes 2011, è una sfida al silenzio, un incrocio di sguardi. Ascoltare il pianto di una donna che finge di dormire, il tentativo maldestro di tenere tra le braccia una bimba minuscola. Non più distante diffidente e avverso, ora disponibile al prossimo, incline all’ascolto e al dialogo. Un’opera prima in cui Pablo Giorgelli fa parlare un ambiente ristretto in assenza di dialogo coadiuvato dal mirabile linguaggio espressivo dei due protagonisti. Un corrugarsi di fronte, un sorriso aperto di denti, uno sguardo contrariato o complice fanno del film un’opera di rara sensibilità dove il non detto è più importante di tante parole.

Chiara Roggino

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