Transeuropae Hotel: viaggio musicale alle radici della contemporaneità

Un hotel sulla costa occidentale della Sicilia. La vicenda di Transeuropae Hotel, lungometraggio d’esordio del musicista Luigi Cinque, assume risvolti quanto mai attuali. Le avventure rocambolesche che animano la pellicola in una sospensione geografica straniante quanto affascinante non possono non portare lo spettatore a ricordare il dramma delle folle di migranti miseramente naufragate sulle nostre coste; il destino dei personaggi di Cinque è senza dubbio meno drammatico ma appare comunque legato a doppio filo a una riflessione sulla condizione umana e sull’etica dell’accettazione-relazione che deve essere ripensata quanto prima.

Eppure non è un film critico e non si propone manifestamente come una riflessione sull’apolidismo contemporaneo. Anzi, in esso è ben presente un registro che, anche a fronte di uno stile che richiama soprattutto sotto il profilo recitativo certe esperienze viscontiane, si ricollega a sensazioni e suggestioni favolistico-surrealistiche. Il viaggio al di là dello spazio che fa oscillare i personaggi fra la Sicilia e le calde terre brasiliane si riconfigura come una solida meditazione sul rapporto fra l’uomo e le sue credenze: il protagonismo assunto dal pensiero magico in una pellicola cinematografica è, forse, l’indice migliore dell’approccio che Luigi Cinque sta cercando di proporre, in maniera fondamentalmente diversa rispetto a quanto siamo stati abituati a vedere negli ultimi anni.

Lontano da un razionalismo strutturalista, il film di Cinque si accresce in maniera sincopata e irregolare, inserendo, anche a livello di orchestrazione registica, alcuni elementi che sembrano essere (significativamente) desunti dal mondo musicale. Il suono caldo del Jazz, che assume spesso coloriture etniche impreviste, è non solo protagonista a livello figurativo: esso si impone anche come criterio unificante dello sguardo compositivo che, a fronte di una solidità che non si può certo mettere in discussione, rifugge dagli schematismi eccessivamente rigidi di un edificio concordato a priori.

Siamo di fronte a un’opera complessa, che fonde sapientemente livelli narrativi diversi per creare una narrazione solida e veramente pluricentrica. Emblematico è l’esempio dei personaggi che rimangono confinati nel Transeuropae Hotel e che fanno costantemente da contraltare all’evolversi della vicenda per quello che riguarda gli altri protagonisti. Le loro intromissioni hanno il sapore di un commento che, per quanto diegeticamente inconsapevole, arricchisce in maniera irrinunciabile il portato narrativo dell’opera, ricollegandosi a quella tradizione ellenica del coro che tanta parte ha avuto nella definizione della nostra cultura contemporanea.

Giuseppe Previtali

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