Carlo Lizzani. Un ricordo di Marco Tullio Giordana

MARCO TULLIO GIORDANA per “il Secolo XIX”

La prima volta che lo vidi di persona fu a una riunione di nonsopiùchecosa e nemmeno ricordo dove. Fine anni Settanta comunque. Appesi al muro c’erano vari fotogrammi di film leggendari e Carlo stava proprio sotto a quello di Il sole sorge ancora (Aldo Vergano, 1946) dove si vedeva la scena finale: lui e Pontecorvo portati al patibolo, il prete e il comunista. Mi fece impressione perché la differenza era pochissima, Lizzani era praticamente identico al ragazzo di trent’anni prima.
Carlo Lizzani era un galantuomo, una persona amabile, curiosa, mai altezzosa, da non confondere la sua mitezza sorridente col ventre molle dei senza-principio. Al contrario era pieno di principi, cosa che lo rendeva obsoleto ai più già negli anni Ottanta, quando i giovani turchi della critica, che, tranne Enzo Ungari, un po’ lo disprezzavano, vennero al mondo a sbertulare il cinema italiano (il neoralismo, figuriamoci!).
Lizzani fece finta di niente e li reclutò tutti quanti mandandoli a farsi le ossa (e imparare un mestiere) nelle sue Mostre di Venezia del quadriennio ‘79/’82. Quante riunioni abbiamo fatto insieme ai tempi dell’Anac, dell’Api e delle varie associazioni fondate e sciolte, delle mille leggi sul cinema progettate e morte in fasce, con litigate tremende fra liberisti e assistenzialisti? Lui di quelle riunioni ne aveva già fatte milioni e altri milioni avrebbe dovuto sopportare di farne in seguito dato che a presiedere – vista l’integrità della figura – toccava sempre lui. E Carlo, anziché sottrarsi, presiedeva paziente, fingeva di credere alle magnifiche sorti e progressive, dava la parola a tutti (imbecilli compresi) e tirava le somme cercando sempre di portare a casa l’ottimismo della volontà (e il pessimismo della ragione, certo, certo…).
Sono molto colpito, molto scosso e mi chiedo perché, mischiata a un’infinita compassione per la sofferenza di Carlo, provo questa sensazione di rabbia. Lizzani, Monicelli, in altro modo forse anche Luciano Vincenzoni, come avete scritto sul “Secolo XIX”… Ma è giusto aver loro imposto anche lo sforzo di una morte orribile?
A 90 e più anni si può anche non avere più la forza di scavalcarlo quel balcone, non è giusto costringere un vecchio alla mattanza di sé, al salto cruento, al volo di pochi secondi nel quale già sentirsi in colpa. Perché questo paese di politicanti giocherelloni, ora anche largo-intendenti, quindi rappresentanti al massimo di tutte le isterie della nazione, non riesce ad ammettere che la morte possa essere una scelta, talvolta una necessità, forse una resa da rendere comunque onorevole e sacra?
Continuo a pensare a “prima” del balcone, a quanto ci avranno pensato e ripensato sopra Mario e Carlo prima di fare quel salto. Continuo a pensare che fu proprio Carlo Lizzani a girare la scena finale di Germania anno zero, il bambino che si butta dal palazzo sventrato. Rossellini preferì farla girare al suo aiuto regista. Edmund, il bambino che sale le scale della Germania a pezzi per buttarsi di sotto, era già lui.

Marco Tullio Giordana

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