Aspirante vedovo: c’era proprio bisogno di rifare Risi?

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Lettera 43”

Hai voglia a dire, come fa l’amministrare delegato di Raicinema Paolo Del Brocco, che “Aspirante vedovo” non è il rifacimento del “Vedovo”. Fa quasi tenerezza quando scandisce: «Non è un remake, per noi. È il tentativo, semmai, di uscire dalla commedia caciarona e corale, di riavviare un filone glorioso, meno amaro e cupo di quanto si pensi, per raccontare una certa Italia odierna». Sapremo presto se l’operazione-ricalco, perché tale è per diretta ammissioni di produttore, regista e attori, avrà funzionato al box-office.
Giovedì 10 ottobre il film di Massimo Venier con Fabio De Luigi e Luciana Littizzetto è uscito a tappeto, in centinaia di copie, nella speranza di fare il pieno di pubblico prima che arrivi, a fine ottobre, il nuovo film di Checco Zalone: quel “Sole a catinelle” atteso come il salvatore della stagione in corso dopo il crollo dei biglietti venduti nel 2012 (solo 91,3 milioni). Nel 2011 il suo ”Che bella giornata” totalizzò oltre 43 milioni di euro, più di “Titanic”, ma sembrano tempi lontanissimi, l’aria che tira non è buona per il cinema tricolore, neanche per quello di puro intrattenimento. Basterebbe registrare il tonfo, davvero clamoroso e per alcuni versi inaspettato, di “Universitari”, scritto e diretto da Federico Moccia: 581 mila euro in tutto, dopo tre settimane. Quanto al cinema d’autore, la crisi non si arresta. D’accordo, il documentario “Sacro GRA” di Gianfranco Rosi, uscito Leone d’oro dalla Mostra di Venezia, è arrivato lunedì 7 ottobre a 766 mila euro, e tutti ne parlano come di un miracoloso caso commerciale. Ma sono cifre basse, risibili. Come i 330 mila euro incassati da “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante, il milione e 200 mila euro da “L’intrepido” di Gianni Amelio o i 617 mila totalizzati, nel primo week-end, da “Anni felici” di Daniele Luchetti.
Non resta, allora, che buttarsi sul remake? Succede nei momenti di crisi, quando gli spunti languono e si punta sull’usato sicuro, non solo da noi, a dirla tutta. Anche Hollywood copia a man bassa dalla vecchia Europa e rifà in inglese per il mercato nord-americano, ma sono discorsi diversi: perché in quel caso gli Studios, pure essi a corto di idee, giocano sulla scarsa o nulla conoscenza in patria dei modelli originali. Da “Uomini che odiano le donne” di David Fincher a “The Next Three Days” di Paul Haggis, da “The Tourist” di Florian Henckel von Donnersmarck a “Stanno tutti bene – Everybody’s Fine” di Kirk Jones: tutti e quattro remake di film europei, il primo svedese, gli altri due francesi, il quarto italiano.
Cosa diversa, però, è rifare “Il vedovo” di Dino Risi, memorabile commedia nera del 1959, che all’epoca, mentre Federico Fellini girava “La Dolce Vita”, incassò la bellezza di 394 milioni di lire, una cifra da capogiro per quei tempi, rendendo popolare l’avveniristica Torre Velasca di Milano progettata dagli architetti Rogers, Peressutti e Belgiojoso. E intanto, tanto per non farci mancare nulla, è già pronto, sempre targato Raicinema, “Stai lontana da me”: rifacimento dello spassoso “Per sfortuna che ci sei” del belga Nicholas Cuche, con Enrico Brignano e Ambra Angiolini al posto di François-Havier Demaison e Virginie Efira.
«Un’idea nuova, mai?», verrebbe da dire. Ma c’è poco da protestare: l’anno scorso, per dire, “Il peggior Natale della mia vita” di Alessandro Genovesi continuava ad ispirarsi, come il precedente “La peggior settimana della mia vita”, al format britannico televisivo “The Worst Week of My Life”; e anche ”Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese altro non era che un buon remake dello spagnolo “Familia” di Fernando León de Aranoa, a sua volta già rifatto a Hollywood col titolo “Natale in affitto”.
Se non altro Aurelio De Laurentiis sta provando a percorrere un percorso inverso con una versione americana del primo “Manuale d’amore”.

Nel caso di “Aspirante vedovo” si capisce un certo profilo basso scelto da regista e interpreti. «Lì per lì ci hanno detto “Ma siete pazzi!” e ci siamo detti “Non si può fare”. Ma la storia e i personaggi erano stupendi, irrazionalmente hai voglia di affrontare queste scommesse, anche se non ti conviene», precisa Massimo Venier. «Il confronto è perdente, inutile star lì a menarsela. A Franca Valeri non ho chiesto il permesso, semmai ho chiesto scusa. Abbiamo l’umiltà di sapere che non siamo quella cosa lì», scandisce Luciana Littizzetto. «Non avrebbe avuto senso imitare Alberto Sordi. Il nostro è un omaggio affettuoso. Ho solo pensato che sarebbe stato stimolante contestualizzare il protagonista Alberto Nardi, un cialtrone di scarse qualità morali e imprenditoriali che vive all’ombra di una moglie molto più potente, cinica e capace di lui», argomenta Fabio De Luigi.
Solo che sono passati 54 anni dal “Vedovo”. E anche se Dino Risi, prima di morire, diede al produttore Beppe Caschetto una sorta di via libera al progetto subordinandolo alla scelta di Littizzetto, resta il fatto che il sapore dell’originale, ambientato nella stagione del boom economico, si perde quasi completamento nel rifacimento odierno, pur ammiccante agli affari dell’Expo. Non è tanto per il mitico «Cretinetti», l’epiteto con il quale la capitana d’industria Elvira Almiraghi apostrofava il marito in festa per la presunta vedovanza, che ora diventa «Gnugnù»; o per la mancanza della epocale battuta «Marchese che fa, spinge?»; e vanno pure bene i riferimenti fisici/comportamentali a Marina Berlusconi o Emma Marcegaglia. Ma la commedia risulta nell’insieme inerte, allungata, il riferimento esplicito alla Torre Velasca un po’ inutile. La verità forse l’ha detta proprio Franca Valeri, pur non osteggiando il progetto: «Le cose venute bene che bisogno c’è di rifarle?». Parole sante.

Michele Anselmi

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