Cultura e rivoluzione in “La seconda natura”: incontro con Marcello Sannino

Si è portato a casa,  e a buon diritto, la Menzione Speciale della Giuria al Torino Film Festival 2012, per aver dato voce ad un “urlo civile” teso a recuperare il valore dello Stato “come bene comune”. Marcello Sannino (Portici, classe 1971) parla di La seconda natura, documentario sulla figura dell’avvocato-filosofo napoletano Gerardo Marotta.

Con La seconda natura torni ad affrontare il tema dell’impegno civile, già al centro di L’ultima Treves o di Napoli 24. Da dove nasce questo tuo interesse per la situazione socio-culturale in cui versa il Sud, ma in fondo, tutta l’Italia oggi?

Forse vedo nel cinema un mezzo che può riportare un’attenzione poetica ma anche un pensiero politico. Inoltre nasce dall’interesse per il pensiero che l’avvocato (Gerardo Marotta, ndr) porta con sé, un pensiero complesso che riguarda l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, e il periodo in cui egli ha vissuto la sua gioventù, gli anni 50. Anni molto importanti per l’Italia, l’Europa, e per Napoli in particolare, la quale in quel periodo ha formato delle menti importanti. È un interesse nato anche con il documentario L’ultima Treves, che rappresentava simbolicamente la fine di un tipo di libreria che non esiste più, dove c’era ancora la figura del libraio. Marotta era il capo della protesta contro la chiusura di questa libreria, lo conoscevo gia perché frequentavo l’Istituto con lui. Quindi il materiale di studio l’ho iniziato a raccogliere già dal 2004. Dovevo solo capire quale fosse la linea narrativa giusta, il punto di vista da adottare: hegeliano, crociano, marxista, insomma un po’ di tutto. Poi ho scelto qualcosa del suo discorso, concentrandomi sull’importanza del pensiero filosofico all’interno della politica. In particolare sulla visione dello stato; come molti italiani, vedevo nello Stato un nemico, perché lo avevo identificato e confuso con il governo. E dato che dal dopoguerra si sono susseguiti governi negativi in Italia, anch’io avevo maturato un sentimento di sfiducia nei confronti dello Stato.

 A proposito della sfiducia nei confronti dello Stato: come mai in La seconda natura non ci sono riferimenti espliciti al ruolo che la malavita organizzata ha avuto nell’influenzare la cultura e i valori del Mezzogiorno? In fondo, la mafia o la camorra hanno cavalcato il sentimento di odio nei confronti dello Stato ponendosi come antagoniste o alternative ad esso…

Perché Marotta ha chiaro il fatto che la malavita si diffonde laddove non c’è lo Stato, quindi non se la prende con la mafia ma con la mancanza dello Stato. Non fa nemmeno nomi: non nomina mai, per esempio, un politico particolare, sono tanti anni che lo conosco e non mi ha mai parlato di Berlusconi, non trova degli obiettivi precisi. Il problema è che lo Stato non si è mai formato come doveva formarsi, e questo ha favorito il sorgere della malavita, la quale oggi fa affari con tutti, con i colletti bianchi, ecc.

Hai seguito Marotta per otto anni, prima di farne il soggetto di un film. In questo periodo quanto hai potuto constatare che nella sua vita  il privato e il pubblico coincidono?  

Me ne sono accorto quasi subito. La frase che dico all’inizio del film (“Mi disse che dovevamo concentrarci solo sulla res pubblica”, ndr) è una prova che non c’è uno scarto tra privato e pubblico – diciamo che nel suo caso c’è pochissimo privato. Sta spesso all’Istituto, e a casa riceve di continuo giovani, studenti, parla di iniziative che gli vengono proposte, ecc.

Alla luce di tutto ciò, com’è stato lavorare con Marotta? 

È stato un bel sacrificio, dovevo sempre scegliere cosa filmare e non, ho dovuto tagliare varie parti. A volte riusciva a parlare per due ore e mezza, tre, quindi era anche molto stancante. Bisognava sopratutto sapere come riprenderlo: mi sarebbe piaciuto poter essere “largo”, ma forse non avrei centrato il punto. Dovevo continuamente equilibrarmi tra la parte teorico-contenutistica e la parte emozionale, senza perdere di vista né l’una né l’altra.

Come tu stesso hai affermato in altre occasioni, Marotta è un “pessimista-ottimista”: pur essendo consapevole del disastro politico-culturale in cui versa il Paese, ritiene ancora possibile una “rivoluzione delle menti”. Da uomo del Sud, vedi l’inizio di una rinascita collettiva, o questa è ancora un progetto di pochi illuminati?

Questo è un pensiero che io prendo in prestito da Gramsci, il cosiddetto “pessimisimo della ragione” e “ottimismo della volontà”. Per quanto mi riguarda, non credo nella rinascita di una parte del mondo rispetto ad un’altra. Chiaramente Napoli è una città complessa, con problemi diversi rispetto a Milano o Roma. Ma parlando di temi universali come l’uomo e lo stare al mondo, penso che sia proprio il mondo che oggi non se la passi bene. Stiamo facendo i conti con il nostro vecchiume, con la nostra depressa forma di società. Mi preme chiarire però che Marotta non è un meridionalista, nel senso di rivalsa del Sud nei confronti del Nord, è una persona che contestualizza l’importanza del Meridione, e ci tiene a dire che alcune radici della civiltà e del pensiero vengono dalla Magna Grecia, che era anche il Sud d’Italia. È un anti-Salveminiano, e  Salvemini era per la rivalsa del Mezzogiorno, per una sorta di Federalismo che dividesse il Sud dal Nord. Marotta invece ci tiene all’unità d’Italia.

Il cinema che stai facendo potrebbe essere una forma di contributo ad un eventuale risveglio del pensiero?

Spero che i buoni film possano sempre “risvegliare”, ma prima di tutto il cinema deve saper emozionare. Credo che non debba fare una denuncia vera e propria – quello spetta ai reportage, ai giornali o alla politica. Certo il cinema fa pensare, pone domande. Il mio interesse però è la persona, con tutte le sue sfaccettature, la sua passione e la sua volontà.

Una forma di risveglio culturale in Italia è piuttosto difficile: la cultura è ormai l’oggetto di una svalutazione da parte dello stesso governo (penso ai tagli sulla cultura degli ultimi anni). Il messaggio sembra quello per cui, di fronte ad una crisi economica, la cultura è “sacrificabile”.

Il termine cultura a volte può sembrare vuoto, ma sappiamo bene a cosa ci riferiamo – allo studio, all’arte, alla curiosità, senza cui è impossibile vivere, crescere e relazionarsi con l’altro. La cultura migliora la qualità della vita. C’è oggi quest’orribile idea della pesantezza della cultura, la quale negli anni si è piegata alle leggi del mercato e alla superficialità. Penso alla mia esperienza nelle scuole, dove ho proposto una serie di film e ho  visto lo stupore dei ragazzi di fronte al bianco e nero, ma non sapevano neanche di quali film si trattasse. Tutto ciò poi ha creato la straordinarietà: è straordinario leggere, vedere un film vecchio, ecc. In realtà tutto ciò dovrebbe essere ordinario.

Stai già pensando a un prossimo film?

Sto scrivendo un film di finzione, ma non racconterò un contesto sociale limpido e tranquillo perché non lo vedo, bensì un ambito dove i contrasti sono forti. Racconterò la complessità della persona di fronte alla scommessa della vita, agli ostacoli. Il personaggio sarà una donna, si parla di un incontro tra culture diverse ma sempre accomunate dalla difficoltà di affrontare la vita.

Ilaria Tabet

Lascia un commento