Gloria, la riscossa delle cinquantenni viene dal Cile

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ogni tanto capita. Capita che, per ragioni pure un po’ imperscrutabili, un film diventi un caso di costume, un richiamo generazionale, a suo modo anche un vessillo gioioso. È quanto sta accadendo in Italia con “Gloria”, che non è l’ennesimo remake dell’omonimo noir di John Cassavetes, peraltro già fatto a Hollywood con Sharon Stone nel ruolo di Gena Rowlands, bensì un piccolo film cileno scritto e diretto da un regista nato nel 1974, Sebastían Lelio. Racconta la riscossa erotico-sentimentale di una donna cinquantottenne, separata dal marito, con due figli, né bella né brutta, anzi piuttosto normale. Appunto Gloria, incarnata dall’attrice Paulina García, premiata con l’Orso d’argento lo scorso febbraio al festival di Berlino.

Un dato che fa subito capire le dimensioni del fenomeno. Uscito giovedì 10 ottobre quasi senza pubblicità, “Gloria” ha incassato in quattro giorni 187 mila euro. Vi sembra poco? In realtà è moltissimo, perché lo stanno proiettando solo in 39 sale, il che significa una media a copia di 4.800 euro, non così lontano dai 5.984 del cartone animato “Cattivissimo me 2”, campione di incasso dello scorso week-end, essendo però uscito in 863 schermi, quasi un’occupazione militare.
Il raffronto con alcuni altri titoli può essere utile, non solo da un punto di vista contabile. “Aspirante vedovo”, la commedia con la coppia Fabio De Luigi & Luciano Littizzetto, sfodera una media a copia di 3.646 euro, il fantascientifico “Gravity” s’è fermato a 3.630, il Leone d’oro veneziano “Sacro GRA” a 1.798, l’autobiografico “Anni felici” a 1.426. Significa che “Gloria” sta piacendo molto, certo a un pubblico adulto, in prevalenza femminile e metropolitano, acculturato e attento alle recensioni sui giornali. Una sorpresa pure per la Lucky Red che distribuisce. Infatti, alla luce dei risultati, si sta cercando proprio in queste ore di aumentare le copie, perché arrivano richieste dagli esercenti. Adesso tutti vogliono quel piccolo film cileno sul quale pochi, fino a qualche giorno fa, avrebbero scommesso.

«Spero proprio di riuscire a vederlo, mi interessa molto. Ho letto cose notevoli a riguardo. Immagino che al cinema sia uscito in poche copie, come al solito. Dove abito io per ora non lo proietta nessun cinema, che rabbia» si lamenta infatti su Youtube, postando un messaggio sotto il trailer, una spettatrice veneta. Magari “Gloria” va protetto un po’, nel senso che il bacino di utenza non è smisurato, un film del genere i ragazzi non vanno di certo a vederlo. Tuttavia il crescente successo dimostra che il cinema d’autore, anche quello considerato festivaliero, esotico o di scarso appeal commerciale, può far centro quando intercetta il pubblico vero, pagante, che si riconosce nella storia narrata e ne accetta la prospettiva.

«In fondo è un inno alla vita, mi sono divertita, poi commossa, anche arrabbiata, e mi ha fatto pensare» sospirava sabato sera, all’uscita dal romano cinema Eden, una signora suppergiù della stessa età di Gloria e con problemi non troppo dissimili. L’identificazione, di per sé, non è sempre sinonimo di buon cinema, ma non ci vuole molto a capire che il quarantenne cineasta, qui prodotto dal collega Pablo Larraín, ha saputo trovare il mix giusto di commedia e dramma, di realismo e grottesco, nello srotolare la storia dell’impiegata in menopausa decisa a non farsi compatire.
Trama a rischio stucchevolezza? Può darsi. E può anche darsi, come sostiene la critica Mariarosa Mancuso su “Sette”, che le manchevolezze dei maschi rimasti aggrappati alla loro giovinezza siano «messe in scena con una certa simpatia, mentre le stoccate che fanno male sono riservate alle femmine». Per quanto i maschi non ci fanno propriamente una bella figura, specie Rodolfo, il sessantenne reduce da un by-pass intestinale col quale ha perso almeno trenta chili, che gestisce un parco giochi a Santiago del Cile dove si pratica il bungee jumping e si fanno percorsi di guerra con pistole spara-vernice. L’uomo si fa strada nel cuore e nel desiderio di Gloria; lei, in cerca di calore umano e anche di sesso, accetta la corte, pronta a lasciarsi andare, dopo aver detto ad un’amica che l’invitava a farsi una canna: «Ho tanto paura di perdere il controllo». Lo perderà, senza tanti crucci morali, anche perché dietro gli occhiali spessi e la pettinatura che un po’ la imbruttisce, la donna è scafata, moderna, sicura di volersi prendere una ragionevole porzione di godimento fisico. Finché, nel corso di una vacanza romantica, lei non si accorgerà di che pasta è fatto Rodolfo, uomo invertebrato, pure fedifrago, incapace di chiudere con l’ex moglie.

S’è parlato, a proposito del film, di scene di sesso iperrealistiche, particolarmente audaci. Mah! A dirla tutta, il regista fotografa semplicemente, con naturalezza e senza pudori, i corpi nudi dei due amanti a letto, neanche poi così devastati o imbarazzanti, specie quello di lei: in fondo tonico e non artefatto dalla chirurgia plastica, costantemente al centro del racconto in una sorta di adesione quasi voyeuristica. Magari anche qui sta il segreto di “Gloria”, nell’alternanza di malinconia e umorismo, di pulsioni sessuali e affondi sentimentali, di piccole ribellioni e servitù familiari.
Possibile che, dietro la vicenda universale riguardante la donna cinquantenne in cerca d’amore, il film voglia evocare un Cile non del tutto guarito dalle ferite della dittatura fascista di Pinochet; ma la lettura “politica”, benché legittima, poco aggiunge alla vitalità di “Gloria”. Il cui titolo rimanda anche all’incalzante canzone di Umberto Tozzi che rimbomba nel finale liberatorio, dentro la discoteca, quasi diventando un inno di autoaffermazione femminile, uno sberleffo alle vischiose complicazioni dell’animo maschile, il ragionevole rifiuto a una certa idea di “terza età”.

Michele Anselmi

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