Cose nostre – Malavita. Arriva la strana coppia Besson-Scorsese

Tratto dal romanzo Malavita di Tonino Benacquista, di origini italiane ma nato e cresciuto in Francia, Cose nostre – Malavita è una divertente commedia ambientata in una piccola cittadina della Normandia. A pregiudicarne la tranquillità è il recente trasferimento da New York della famiglia Blake, in seguito al quale avvengono una serie di episodi apparentemente inspiegabili: un supermercato va a fuoco, una fabbrica salta per aria e a scuola si verificano casi di bullismo. Quella che sembrava essere una famiglia normale in realtà nasconde uno spinoso segreto. Giovanni Manzoni (Robert de Niro), noto a tutti come Fred Blake, è un ex boss, ora collaboratore di giustizia e inserito in un Programma di Protezione Testimoni. Al suo fianco la moglie Maggie, interpretata da una sempre meravigliosa Michelle Pfeiffer, e i due figli Belle (Dianna Agron) e Warren (John D’Leo). Malgrado i ripetuti tentativi dell’agente Stanfield (Tommy Lee Jones), per i Blake è impossibile restare fuori dai guai. Inoltre, qualcuno è sulle loro tracce deciso a fargliela pagare.

Sotto le vesti di un inno alla famiglia dove l’unione tra parenti può salvarti la vita, Cose nostre – Malavita (in uscita giovedì) non ha grossi slanci in una trama che potrebbe essere riassunta in poche frasi; il valore, al contrario, è tutto nei personaggi che hanno lavorato alla messa in scena. E’ interessante, infatti, osservare due importanti protagonisti del cinema contemporaneo, l’uno francese e l’altro americano, collaborare nella realizzazione di un film che è il risultato di un nuovo e affascinante sodalizio in cui si mescolano due stili totalmente diversi, parliamo del regista Luc Besson e del produttore esecutivo Martin Scorsese.

Da un lato, la frenesia tipica di Besson dà ritmo e sembra adattarsi molto bene a una action comedy sulla mafia, ancor più se si tratta di una sceneggiatura non particolarmente originale e di conseguenza a rischio noia. Dall’altro, l’omaggio a Martin Scorsese (qui produttore esecutivo), di cui è impossibile non notare l’imprimatur che culmina in una scena in cui, durante un cineforum, viene proiettato Quei Bravi ragazzi. A quel punto l’associazione mentale con Henry Hill viene da sé, immaginandolo come il protagonista di un ipotetico secondo episodio che racconti la sua vita dal punto in cui l’abbiamo lasciata, in quello sguardo che ai tempi fu di Ray Liotta e che ha sempre fatto pensare a quel momento come a un “arrivederci”. Purtroppo è solo un istante. Il confronto è immeritevole, ma il riferimento è pur sempre evidente. Inoltre, la contrapposizione tra Vecchio e Nuovo Continente è lampante anche nell’ambientazione: New York contro un paesino francese, due mondi opposti dove usanze e abitudini inevitabilmente si scontrano creando situazioni spesso surreali da cui nasce tutto l’humour di questo ibrido lavoro.

Stefania Scianni

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