Sly & Schwarzy: fuga dal carcere (e dalla vecchiaia)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “Cinemonitor”

La battuta chiave di “Escape Plan – Fuga dall’inferno” è la seguente: «Bisogna sempre avere un piano B». Cioè di riserva. Si riferisce alla storia del film, cioè all’evasione apparentemente impossibile da un carcere iper-tecnologico e futuristico, di massima sicurezza. Ma in fondo vale anche per le due star in cartellone, che sono i non più giovani Sylvester Stallone e Arnold Schwarzenegger, 67 anni il primo, 66 il secondo. Dura, infatti, la vita degli action-hero quando si invecchia. Per quanta palestra si possa fare, l’età si vede, e i ritocchini estetici rischiano di peggiorare le cose. Lo sanno bene l’ex Rambo e l’ex Terminator. Da soli non tirano più. Guardate gli incassi americani di “Jimmy Bobo. Bullet to the Head” e “The Last Stand – L’ultima sfida”: 9 milioni e 450 mila dollari l’uno, 12 milioni l’altro. Eppure non erano male. Crepuscolari al punto giusto, con una punta di malinconia e un pizzico di auto-ironia; ma poi, quando c’era da menar le mani, i due recuperavano l’antica grinta.

Poi, certo, il pubblico giovane ormai li snobba, quello adulto s’è stufato, a meno che venga fuori qualche combinazione corale, all’insegna del “mucchio selvaggio”. Così, dopo i fasti dei “Mercenari” 1 e 2, Sly e Schwarzy hanno deciso di far coppia in “Escape Plan – Fuga dall’inferno”, filmone carcerario da 70 milioni di dollari affidato al ruspante regista svedese Mikael Håfström, quello del “Rito”. Uscita ottobrina, sia in patria sia in Italia (con 01-Raicinema). E magari segnerà la riscossa dei due rocciosi spaccamontagne, ormai in rotta con l’ex socio d’affari Bruce Willis, in vista del terzo capitolo dei “Mercenari”.
“Escape Plan” doveva chiamarsi “The Tomb”, e con quel titolo è stato girato; ma poi devono essersi accorti che è meglio non parlare di tombe col passare del tempo. Storia piuttosto classica, ma non proprio prevedibile. Stallone è Ray Breslin, uno che si intende di prigioni, nel senso che le mette alla prova dietro congruo pagamento: se riesce a evadere, e gli è riuscito sedici volte, significa che sono poco affidabili. Ingaggiato per testare un penitenziario avveniristico, dove i governi rinchiudono la feccia dell’umanità nella speranza che marcisca lì, l’uomo, soprannominato “il mago Houdini dei penitenziari”, si accorgerà presto di essere finito in una trappola. Qualcuno vuole incastrarlo per sempre: ma chi? A quel punto dovrà scappare davvero, per sopravvivere, con l’aiuto di Schwarzenegger, un detenuto tedesco col pizzetto, esperto in diversivi e non proprio sincero sulla propria identità, di nome Emil Rottmayer.

«Un’evasione di successo dipende da tre fattori: 1) conoscere la struttura; 2) capire le abitudini; 3) avere un aiuto, dall’interno e dall’esterno» teorizza Breslin. Ma stavolta sarà più complicato cavarsela per il fuggitivo legalizzato: le celle sono minuscole, di vetro, sospese a mezz’aria, niente privacy, tutti vedono tutto. Inutile dire che il copione prevede il solito scambio di battute ironiche tra i due rodomonti destinati a diventare amici nel fuoco della battaglia, specie dopo aver scoperto che fuggire dalla “Tomba”, nome in codice della galera piazzata in un luogo impensato, non sarà una bazzecola. Tipo: «Colpisci come un vegetariano» (nel trailer però il «vegetariano» diventa, chissà perché, «femminuccia»). Oppure: «Non mi sembri un intelligentone».
La novità, se tale vogliamo considerarla sul piano del politicamente corretto, è che uno dei galeotti, il musulmano Javed interpretato dall’indo-pakistano Faran Tahir, si dimostrerà meno cattivo di quel che sembra, anzi addirittura un brav’uomo. Giusta preoccupazione, anche per saggiare nuovi mercati: all’epoca di “True Lies” le comunità islamiche di mezzo mondo si incavolarono di brutto con Schwarzenegger.
Il film, un po’ precipitoso nell’epilogo, offre tutto quello che ci si aspetta da un “escape movie”, con ricco contorno di torture, colpi di scena e punizioni. Cast curioso, pieno di ripescaggi: da Sam Neill a Vincent D’Onofrio. Il luciferino direttore del carcere è Jim Caviziel, tornato in auge grazie alla magnifica serie tv “Person of Interest”. Nel film fa di cognome Hobbes, come il filosofo inglese del “Leviatano”: sarà un caso?

Michele Anselmi

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