La prima neve. Nel bosco dell’anima

Osservali da una finestra, gli alberi d’autunno. Non puoi capire. Sei un comune cittadino, tu. Non sai che in montagna gli alberi sono diversi, là in alto, tra le baite abbarbicate sui crinali del Trentino. Con l’avvicendarsi delle stagioni le foglie guadagnano un carattere nuovo: cromatisimi che appartengono solo a certi luoghi, paesi senza nome persi nel tempo e nello spazio. A Pergine, val dei Mocheni, sono gialle, rosse, arancio le foglie d’autunno. E’ il profumo a fare la differenza: un odore pungente d’attesa a prepararsi per l’inverno e il freddo, quando la legna è accatastata in bell’ordine nella corte. Il piccolo Michele (Matteo Marchel) conosce tutti i sentieri della valle, glieli ha insegnati il suo papà. Cric-crac sotto i piedi, un tetto d’alberi a proteggere la testa e il sole, raggi che fendono tra i rami. Il ragazzo li conosce bene i rami, i tronchi: potrebbe chiamarli per nome. Ci si arrampica in cima in cima fino a vedere l’azzurro del cielo. Pochi anni sulle spalle, ha perso il papà, morto sotto una frana, d’inverno. Ha una mamma dolce Michele, così dolce da non guarire i singhiozzi chiusi ermeticamente sotto la zip di un giaccone, ferite scoperte che necessitano abbracci. Il peggio è la vergogna quando non osi domandarli e stenti a raccontare i brutti sogni di notte. A casa del nonno è diverso, lì gli incubi non passano la porta. E poi c’è Dani (Jean-Cristophe Folly). Dani, fuggito dal Togo e dalla guerra di Libia, salpato su un’imbarcazione di fortuna. Poca acqua, niente acqua rimasta. Sua moglie aspettava una bambina. Ha partorito, poi, in un ospedale italiano. Ma a sopravvivere è stata solo la nuova nata. Dani lavora presso il nonno di Michele (Peter Mitterrutzner), vecchio apicultore, mani di rughe antiche e vecchi calli accumulati nel tempo. Non ama le valli desolate tra i monti, non ama il freddo, Dani. Troppe cose difficili da affrontare, troppo doloroso provare amore per sua figlia. Gli ricorda la moglie: gli occhi soprattutto. L’uomo attende solo il permesso di soggiorno. Per andarsene, lontano, a Parigi, chissà dove, la bimba lontana.

Al suo secondo lungometraggio Andrea Segre prosegue un iter le cui radici affondano nel suo percorso di documentarista: l’incontro/scontro tra gruppi etnici differenti. Mare chiuso era un documentario sull’agonia di un popolo minacciato dalla guerra, costretto ad evadere dalla natia terra nemica per trovare salvezza, altrove, in Italia. Etnia maledetta senza suolo da calpestare, persa in terra di nessuno, avrà, unico possesso, un mare ostile che non permette senso d’appartenenza. Il libico Dani è uno di loro. Ha trovato una certa sistemazione di fortuna, ma non la serenità che fa sentire al sicuro: una casa, una famiglia. Il bosco diviene così luogo di incontro tra due orfani, ognuno a suo modo, il bambino e il viaggiatore. La natura canta la sua nenia incessante di ritornelli diversi e sempre uguali. Attimi di silenzi che saziano più di tante parole. In questi istanti non puoi fare a meno di avvertire il Segre documentarista che si muove a suo agio coadiuvato dall’amico di sempre, Luca Bigazzi. «Luca mi ha aiutato a dare a questa improvvisazione, a questa intuizione, uno spessore artigianale: sapere come si trasformano le intuizioni in scelte fotografiche consapevoli affrontando le motivazioni inerenti al cosa e al come si vuole affrontare un percorso narrativo tramite immagini». Dani e Michele, groppi alla gola, due lutti alle spalle, staneranno il modo di entrare in sintonia fino ad addentrarsi l’uno nell’habitat emotivo dell’altro. Per affrontare il dolore non è sufficiente la lontananza di un paese ancor più lontano. Il dolore si mastica a bocconi, lentamente, appoggiandosi uno sulle spalle dell’altro, lasciando orme fresche sulla prima neve.

Chiara Roggino

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