La vita di Adele: ritratto di adolescente in primissimo piano

Sarebbe una tradizionale e, forse anche, banale storia d’amore, sbocciata dal normale colpo di fulmine, da sguardi che si incrociano e si incontrano casualmente, da anime perse e da desideri, e terminata con il classico tradimento, se a filmare La vita di Adele, Palma d’oro all’ultima edizione di Cannes, non fosse Abdellatif Kechiche, il regista di La schivata e Cous Cous. Quasi tre ore di film, che sfiorano le quattro nel DVD in uscita, senza mai annoiare lo spettatore grazie ad inquadrature che “pedinano” gli attori alla maniera neorealistica. Del tutto assenti, infatti, i campi lunghi, Kechiche sceglie e predilige primi e primissimi piani seguendo da vicino le protagoniste – in particolare Adele – in ogni istante della loro vita di coppia mentre mangiano la pasta, il kebab, leggono libri, si baciano e fanno l’amore con i loro corpi avvinghiati come in un quadro futuristico. Bocche, occhi, sguardi e corpi nudi occupano tutte le inquadrature nella pellicola di Kechiche.

In uscita in Italia, distribuita in centocinquanta copie da Lucky Red, il film, liberamente tratto dal fumetto Il blu è un colore caldo di Julie Maroh, è stato considerato dal suo autore come il romanzo di formazione di una ragazza: il ritratto di una giovane donna che dimostra abnegazione, senso di libertà e coraggio, che ha appetito per la vita e fame di vita, in grado di suscitare ammirazione e coinvolgimento del pubblico. Dopo Amour, anche il Festival di Cannes, dove la Palma d’oro è arrivata da una giuria presieduta da Steven Spielberg, regista con una visione cinematografica opposta e divergente da quella di Kechiche, sembra orientato a premiare quei titoli che con semplicità e realismo affrontano il tema dell’amore.

Alessandra Alfonsi

Lascia un commento