Assange vuole boicottare “Il quinto potere” (ma il film si boicotta da solo)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Sabato 19 ottobre, durante la manifestazione romana purtroppo qua e là degenerata in tafferugli e vandalismi, i giovani “antagonisti” hanno pensato bene di imbrattare anche i manifesti parapedonali del film “Il quinto potere”. «Boicottatelo, non andate a vederlo, è prodotto dalla Dreamworks di Spielberg, una società collegata agli interessi e al potere del governo americano» recita il tam-tam in rete e ripetono i militanti dei centri sociali. Specie dopo che Julian Assange ha reso nota una lettera spedita dall’attore inglese Benedict Cumberbatch che lo incarna sullo schermo con notevole somiglianza: nei gesti, negli abiti, nei mitici capelli bianchi, nella cadenza australiana. «Io credo che tu sia una brava persona, ma non è un buon film quello che hai interpretato e scelto, ti sei affidato a persone il cui scopo primario è distruggere e rimuovere tutto il lavoro fatto da WikiLeaks». Più avanti si legge che il film sarebbe basato «su una sceneggiatura “tossica”, perché descrive il lavoro della mia organizzazione come nemico degli Stati Uniti, e non rende giustizia a me e alle persone che mi sono care».

Tutto prevedibile. Assange, 42 anni, anarchico, rivoluzionario, hacker e cyberpunk, è uno degli uomini più ricercati al mondo. Il presidente Obama lo vedrebbe volentieri in galera e certo non deve fargli piacere che l’ambasciata londinese dell’Ecuador gli abbia dato asilo, sottraendolo così a più di un processo. Il film, distribuito in Italia da 01-Raicinema, da giovedì 24 ottobre nelle sale, e chissà se piacerà a chi pure restò colpito dagli scottanti file sulle malefatte di banche e governi a più riprese diffusi da WikiLeaks a partire dal 2007, alcuni dei quali riguardanti anche i giudizi sferzanti della Casa Bianca sull’allora premier Berlusconi.
Negli Usa il film è partito malissimo, appena 1 milione e 700 mila dollari in una settimana, con 1.769 copie, a dimostrazione che il tema non scalda i cuori. “Merito” del boicottaggio partito dalla vecchia Europa ? Non si direbbe. Probabilmente la cine-biografia di Assange, benché diretta dal regista oscarizzato Bill Condon e scritta da Josh Singer, già sceneggiatore della serie tv “The West Wing”, viene vista con allegro disinteresse, al pari del recente “Jobs”, il film sul mitico inventore della Apple, che s’è fermato ad appena 16 milioni (meglio andò a “The Social Network” sul genietto Mark Zuckerberg, che in patria superò i 90 milioni).
Naturalmente si può capire Assange quando invita il popolo di seguaci a disertare “Il quinto potere”. Per lui meglio affittare, acquistare o vedere in rete il documentario “Mediastan. A WikiLeaks Roadmovie” del regista Johannes Wahlström, che rievoca il dietro le quinte dell’Operazione Cablerun, attraverso la quale nel 2011 furono messi online e diffusi sui media migliaia di documenti segreti americani. «Questo è giornalismo estremo. Questo è come si fa. Non sprecate tempo e soldi per la propaganda di Hollywood, piuttosto invitate i vostri amici e guardate “Mediastan”» ha attaccato Assange. Per ora lo si può vedere solo in Gran Bretagna, domani chissà.

È uscito in tutto il mondo, invece, “Il quinto potere”, titolo alquanto bizzarro per l’Italia, poiché “Quinto potere” venne ribattezzato da noi il celebre film di Sidney Lumet del 1976 con Peter Finch, in originale “Network”. Se lì era la tv-shock praticata da un anchorman furioso a ergersi come quinto potere, qui è il cosiddetto “citizen journalism” di Assange a porsi come nuova frontiera del giornalismo, per controllare l’attività dei potenti e umiliare, nell’era di Internet, i mass-media tradizionali, inclusa una stampa pigra e in crisi di copie.
«Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e vi dirà la verità» teorizza Assange nel film, citando Oscar Wilde, a evocare il complesso sistema crittografico elaborato da WikiLeaks per difendere le fonti delle notizie, tra le quali quel Bradley Manning nel luglio 2013 però condannato a 35 anni di carcere per spionaggio proprio per aver passato quei file. Non che fosse facile realizzare un film avvincente su un “raddrizzatorti” digitale così contraddittorio e tutt’ora al centro di controversie anche giuridiche: fascinoso e terribile, insopportabile e magnetico, una specie di guru libertario, avviato dalla madre in Australia a un culto esoterico detto “The Family”, che si porta dietro oblique ombre legate alla sua stessa passione informatica. Un uomo che si tingeva di bianco i capelli, sin da giovane, a restituire lo stress di una vita sempre in fuga, senza fissa dimora, all’insegna di due motti: «Il coraggio è contagioso» e «Non fidarsi di nessuno». Sarà anche per questo che sui giornali americani sono risuonati, a proposito del film, commenti ironici del tipo “Zero Dumb Thirty” e “The Sociopath Network”.

Del resto “Il quinto potere” parte da due libri non proprio benevoli nei confronti Assange, “WikiLeaks” dei giornalisti David Leigh e Luke Harding e soprattutto “Inside WikiLeaks” di Daniel Dortmscheit-Berg. Quest’ultimo, interpretato sullo schermo da Daniel Brühl, fu socio fedele ed entusiasta di Assange, condividendo con lui le campagne contro la banca svizzera Julius Bär e la islandese Kaupthing, il governo del Kenya macchiatosi di orrendi delitti in materia di diritti umani, fino allo scoop sconvolgente legato al video “Collateral Murder”, che mostra un elicottero americano mentre mitraglia civili e giornalisti in Iraq, nel 2007. Un crescendo di rivelazioni scottanti, che culmina nella scelta di affidare a tre giornali, “The New York Times”, “The Guardian” e “Der Spiegel”, circa 91 mila documenti americani, riservatissimi, riguardanti la guerra in Afghanistan. È il luglio 2010, non tutto sarà pubblicato, nell’impossibilità di verificare le fonti; ma il peggio arriva con i 251.287 dispacci diplomatici che mettono nei guai il Dipartimento di Stato americano e a rischio la vita di agenti segreti e confidenti.

Il film, in bilico tra ricostruzione accurata e afflato visionario, rievoca il successo e la “caduta” di Assange, specie dopo l’accusa di violenza sessuale ai danni di due ragazze svedesi. Ma l’incedere adrenalinico finisce col tramutarsi, per paradosso, in una soporifera cronaca degli eventi, nonostante la moltiplicazione dei punti di vista e il cast prestigioso nel quale spiccano, oltre ai due protagonisti, Laura Linney, Stanley Tucci, David Thewlis. Magari, con Assange ancora vivo e battagliero, per quanto sputtanato dalla stima tributatagli da Putin, sarebbe stato meglio attendere un po’ prima di dedicargli un film. Di sicuro il boicottaggio lanciato in Italia dai giovani “no Tav” qualche danno glielo provocherà. O sarà pubblicità gratuita?

Michele Anselmi

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