Miss Violence. Gruppo di famiglia (con orrori) in interno greco

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Troppa grazia o svista cinefila? Con tutto il rispetto per il 35enne Alexandros Avranas, cineasta greco al secondo film, forse il suo “Miss Violence” non meritava due dei massimi premi a Venezia 2013: il Leone d’argento per la migliore regia e la Coppa Volpi all’attore protagonista Themis Panou (una specie di giovane Donald Pleasence in salsa ateniese).
Adesso, distribuito da Eyemoon Pictures dopo una mancata anteprima gratuita in streaming, nelle intenzioni riservata a 500 “fortunati”, “Miss Violence” esce nelle sale, e vedrete che qualcuno lo avvicinerà al cinema affilato e implacabile di Michael Haneke. Sciocchezze.

Naturalmente la violenza promessa dal titolo affiora un po’ alla volta, per segnali traversi e minacciosi, cogliendo lo spettatore neanche troppo alla sprovvista: essendo il ritratto familiare, su tinte grigiastre e dentro interni borghesi, troppo ambiguo per non destare sospetti, preparato da un crescendo di fatti allarmanti.

Diciamo, allora, che in una Grecia odierna scossa dalla crisi, l’undicenne Angeliki si getta dalla finestra nel giorno del compleanno, mentre i parenti – nonno, nonna, madre trentenne, una sorella e un fratellino, tutti con cappellini a cono rovesciato – stanno per accendere le candeline e tagliare la torta al suono di “Dance to the End of Love” di Leonard Cohen. Perché la bambina, di bianco vestita e dallo sguardo crucciato, l’ha fatto? Perché tutti parlano di «incidente», quasi a voler chiudere in fretta la questione?
Non ci vuole molto a capire che la famigliola borghese, capace di tenersi benissimo a galla mentre la recessione morde, nasconde segreti inconfessabili. Pratiche turpi ai danni di figlia e nipoti, un traffico sessuale gestito con schizofrenica lucidità da quel nonno-padre padrone, peraltro disoccupato, ma apparentemente severo e premuroso, rigoroso e onesto.

Fotografia a luce naturale, niente colonna sonora a parte l’irrompere in forma diegetica della canzone di Cohen e di “Sono un italiano vero” di Toto Cutugno, un crescendo di soprusi spiegati in chiave di “sindrome di Stoccolma”, la violenza casalinga come riflesso di una più generale manipolazione sulla quale neanche gli assistenti sociali, preoccupati di quanto sta decidendo l’Unione europea, sanno bene che cosa pensare.
Finisce male o forse bene: con un omicidio-vendetta, abbastanza prevedibile quando dalla cucina esce fuori un coltellaccio, applaudito dai giornalisti alla Mostra, magari per via della tensione accumulata.
La verità, come ha scritto Paolo Mereghetti sul “Corriere”, è che le immagini di Avranas «inquadrano i personaggi dentro un’estetica apparentemente rigorosa e “autoriale” ma finiscono per non dire niente oltre quello (orribile) che mostrano: se riflettiamo su quei fatti è per via delle terribili cronache che conosciamo, non perché quelle scene sappiano in qualche modo “parlare”». In effetti, è così: la ricerca estetica appare fine a se stessa, e quando irrompe un realismo quasi pornografico/voyeuristico, a camera fissa, nella lunga sequenza dei commerci sessuali a turno, ti chiedi se serva davvero a spiegare le dinamiche malate e le pratiche perverse, tra incesto e pedofilia, che si annidano nella famiglia. Anche se la storia è desunta da una vicenda successa in Germania, metaforicamente si parte con una porta che si apre e si finisce con una porta che si chiude: la moderna tragedia greca forse è pronta a ricominciare con un nuovo tiranno?

Michele Anselmi

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