Il pasticciere. Un uomo alle prese con un destino beffardo

Può un uomo soffrire di diabete e allo stesso tempo essere un pasticcere? Sembra uno scherzo del destino, eppure per Achille Franzi (Antonio Catania) preparare i dolci è la cosa più naturale del mondo, così come respirare. Infatti, mentre da bambino osservava suo padre (Emilio Solfrizzi) nel laboratorio di famiglia, ha imparato che un vero pasticciere non cucina per sé ma per portare dolcezza intorno a sé. Lui, uomo semplice e onesto, ha fatto dell’arte pasticciera la sua ragione di vita, del laboratorio il suo universo e dei consigli del padre la sua religione. Sta lì, quasi estraniato dalla realtà circostante, mentre prepara deliziosi manicaretti e ascolta musica classica dalle cuffiette per non essere disturbato. Tutto sembra immobile e destinato a restare così per sempre, ma un incontro imprevisto cambierà totalmente gli assetti. Achille verrà improvvisamente travolto da affari più grandi di lui e una serie di equivoci lo condurrà dall’altra parte del confine da cui, si sa, è impossibile tornare indietro.

E’ lo stesso regista Luigi Sardiello a definire l’opera un film, per l’appunto, “di confine tra due paesi separati ma un tempo uniti”, tra giusto e sbagliato, tra luci e ombre in cui tutto è contrasto per via dei diversi generi stilistici che, mescolandosi, creano un genere nuovo. Una commedia raffinata da un lato, un noir anni Quaranta dall’altro, la ricerca di uno stile personale che però fatica a emergere. Sembra di essere in una bolla di sapone dove l’atmosfera è ovattata e invece di urlare si sussurra. Un film che di per sé non gode di particolari slanci, il ritmo è piuttosto piatto e quasi sembra di osservare una scena a rallentatore. A bilanciare l’eccessiva morbidezza delle immagini la figura del protagonista attorno alla quale ruota tutto l’intreccio. Antonio Catania regala come sempre un’ottima interpretazione e, con la sua ironia, nello sguardo e nei gesti più che nelle parole, coinvolge lo spettatore a dispetto di una storia non particolarmente interessante.

Dietro di lui l’archetipo dell’uomo buono e ingenuo che, sovrastato dalle nefandezze che lo circondano, non può fare a meno di soccombere e alla fine scegliere forse per la prima volta nella sua vita. E’ l’istinto di sopravvivenza che ha la meglio, col quale Achille deve fare i conti. Benché vi siano alcuni passaggi piuttosto nebulosi, è rintracciabile una precisa ricerca del dettaglio. Nelle torte di Achille senz’altro, ma anche nella regia di Sardiello che, istante dopo istante, costruisce ogni scena con dovizia di particolari, tanto da farci quasi dimenticare la poca attenzione alla narrazione in sé. Il pasticciere è un film in apparenza semplice, ma che nasconde la complessità di raccontare un noir nel tentativo di strappare allo spettatore un sorriso.

Stefania Scianni

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