Blancanieves, fiaba d’archeocinema

Nessuna traccia rosso sangue “quando furon le corna vicino”. Solo il tendone di un piccolo teatro si schiude lento a inizio spettacolo per far posto al guizzo in bianco e nero dell’ españoladas di Pablo Berger: quell’estro classico e romanticheggiante di rappresentare la Spagna tra toreri, gitani e danzatrici di flamenco. L’incipit sono istantanee, vecchie cartoline accatastate in un montaggio che concede allo spettatore il tempo di sfogliare. E’ terra d’Andalusia, amico. Andalusia tra gli anni Dieci e Venti del secolo scorso. Piazze, monumenti, visi segnati dalle rughe e dal tempo scaturiti dalla tavolozza di un Goya mai così in forma si affacciano a vivificare l’audace fantasia visiva: rapidi, uno appresso all’altro, muovono i primi passi sullo schermo a ritmo di corsa. Poi quel campo lungo e la gente, il pubblico che si raduna nell’arena per assistere allo spettacolo messo in scena dal grande torero Antonio Villalta. La vestizione è il turbinio di una danza di fascia scura allacciata alla vita seguito da una genuflessione, la preghiera innanzi alla vergine. Di dieci tori, solo l’ultima fiera di nero vestita lo condurrà al tappeto di polvere e grumi di sangue rappreso. Antonio Villalta sarà tetraplegico. La giovane moglie, ballerina di flamenco, spirerà dando alla luce una bambina: Carmencita. La favola prosegue secondo i canoni classici. L’uomo, ormai invalido, si risposa con Encarna, bella infermiera dai falsi sorrisi, avida di denaro e potere. La Blancanieves della favola vivrà lontano dalla casa paterna, nel modesto appartamento della nonna per poi tornare sotto lo stesso tetto della matrigna, subendone angherie e soprusi.

La storia della giovane dalla pelle bianca come la neve e la bocca rossa come il sangue prosegue così, tra virate di fantasia romanza, lungo le pagine scritte fitto fitto dal cineasta spagnolo. Sulle orme dei Hazanavicious e “The Artist”, Berger dà vita a una fiaba nera e appassionata come un canto urlato a piena voce, i piedi un tichettìo sonoro di tacchi, ora lenti, ora meno. “Blancanieves” di Pablo Berger è così un caleidoscopio di immagini che si rincorrono accavallandosi in uno sfrenato teatro dei burattini che vortica nello spazio e nel tempo con l’audacia ritmica e cromatica di un caleidoscopio bicolore.

Quanti lazzi da ricreare per due cromatismi soltanto! Danze fanciulle su sfrenati flamenchi, agili montaggi formali quando occhi di bimba si specchiano su pupille di toro: sgranati, meravigliati, attenti. La fiaba della servetta che raccoglie l’eredità paterna danzando sull’arena è un film muto dove la musica si fa servo di scena scatenandosi tra mosse acerbe in un vestito bianco indossato su una sedia o in una stanza troppo vasta per colmar solitudine, assecondando lo sfavillio del campanello di una sedia a rotelle che corre al ritmo di rapidi passi e risate bambine. Carmencita, persa la memoria nel bosco, dopo il tentato omicidio ordinato da Encarna, diviene la beniamina e il portafortuna di sette nani toreri. Successivamente sarà inconsapevole proprietà di un imbonitore di circo quando, morsa la mela, spirerà per sempre.  Per salvarla il bacio del vero amore?  Berger non regala happy hand, solo una lacrima pura lambisce le ciglia per proseguire al centro della gota prima del cartello che annuncia: la fiaba è finita.

Chiara Roggino

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