Come sta il nostro spettacolo? Intervista allo sceneggiatore Alessio Billi

Alessio Billi si è laureato in Lettere alla Sapienza, ha seguito un corso di sceneggiatura alla RAI ed un seminario all’ex Centro Sperimentale. Ha iniziato a lavorare come sceneggiatore nel 2002: al suo attivo cinquanta ore di fiction (tra cui Distretto di polizia e Intelligence) ed un lungometraggio horror che uscirà il prossimo anno. È autore di un romanzo con cui ha vinto il premio Tedeschi e dirige una collana editoriale. Gli abbiamo rivolto qualche domanda sull’attuale situazione dello spettacolo nel nostro Paese.

Come sta la TV?

Per i più giovani il televisore è una reliquia del passato, un oggetto da museo; per quelli della mia generazione è un passatempo residuale dove scegliere prodotti di nicchia. La liturgia televisiva, come la conoscevamo un tempo, resiste per un target di bambini e anziani. Anziani che in Italia sono parecchi. Però gli attuali contenuti sono logori e gli schemi narrativi fermi ad almeno quindici anni fa. Per intenderci, le novità annunciate si chiamano Gianni Morandi, Ultimo 5 e Don Matteo 6. I network hanno rinunciato ad inseguire il pubblico giovane, in fuga dalla TV, per concentrarsi su quello anziano e limitare l’emorragia di ascolti. Se nel 2010 una fiction in prima time ambiva a superare i sei milioni di spettatori, oggi si vince una serata con quattro milioni e mezzo. Ovviamente gli introiti pubblicitari sono sempre più bassi, quest’anno tornano addirittura ai livelli del ’91, con un calo nel 2011 di cinque punti e nel 2012 di altri quattordici. Insomma, se la TV italiana non avrà la forza di rinnovarsi, morirà per inedia.

Può esistere un cinema italiano che non sia solo comico e/o demenziale?

Se l’anno scorso la nostra fiction è stata definita “camomilla per anziani”, il cinema può essere definito un ottimo “lassativo”. Provinciale, ripetitiva, asfittica, la nostra cinematografia non riesce ad uscire dal perimetro dell’Italia, ostaggio com’è di due luoghi comuni. Il primo è che in tempi di crisi si abbia bisogno di risate, relax ed evasione ad encefalogramma piatto. Dopo l’ennesimo successo di Zalone c’è da giurarci che saremo condannati a vedere film comici per il resto della vita. Il secondo luogo comune è che il cinema di élite (di solito foraggiato dai contributi pubblici) si debba ispirare ai miti del passato: la commedia all’italiana e il neorealismo. Fantasmi che aleggiano nelle pellicole di tanti registi incapaci di emanciparsi dai loro padri come di coniare un codice espressivo, quasi chiusi in una bolla, intenti sempre a riproporre una fredda ostentazione dei vizi nazionali. Anche Garrone e Sorrentino, partiti bene, hanno avuto una sorta di ripiegamento estetico e si sono rivelati inadeguati a rappresentare la realtà. A mio avviso, nel nostro panorama desolante Salvatores, Tornatore e Placido sono gli unici capaci di conquistare le sale internazionali.

Quali sono le tue impressioni sul fenomeno del momento, le webserie?

In Italia le webserie non nascono per aprire un mercato promettente, ma rappresentano il tentativo di ottenere visibilità, una forma di reazione alla chiusura di un establishment molto tradizionalista. Oggi un giovane che sente l’urgenza di dire delle cose trova tutte le porte chiuse, perché la classe dirigente e intellettuale vuole conservare le sue posizioni di potere. Le tecnologie digitali però gli consentono di autoprodursi. La web-fiction è una vetrina, un laboratorio di sperimentazione, un modo per dire “esisto anch’io”. Questo artigianato audiovisivo, oltre ai soliti comici scemi, mette in Rete serie di “genere” e costituisce una fucina di storie sci-fi, horror, thriller, commedie nere, narrazioni che non parlano solo del proprio ombelico.

Come credi sia la situazione al di fuori dei nostri confini?

Altrove, in paesi dove internet è più diffuso ed esiste una vera e propria industria delle immagini, le web-series costituiscono una fetta consistente del mercato e attirano grossi investimenti. È sintomatico che l’anno scorso, negli USA, quasi un terzo della spesa pubblicitaria è andata al web, una serie nominata agli Emmy è stata trasmessa solamente attraverso internet e si siano realizzati almeno un paio di kolossal per la piattaforma digitale. Cioè: una rivoluzione copernicana, iniziata da dieci anni, è ora in pieno svolgimento. Difficile prevedere se i nostri network e i nostri produttori seguiteranno a difendere le loro rendite e questo audiovisivo anacronistico, arroccati in un fortino. Per loro non sempre ci sarà… Sole a catinelle.

Michele Pinto

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