Machete sventra ancora, ma quando va in pensione?

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

Purtroppo è venuta l’ora della pensione anche per Machete, l’ex agente federale messicano incarnato dal baffuto/butterato/capellone Danny Trejo, asceso a tarda età al suo primo ruolo da protagonista. Aveva 67 anni quando girò “Machete”, nel 2010, adesso ne ha 70 e in “Machete Kills” si vedono tutti: il raddrizzatorti è rallentato nelle scene d’azione, quasi spaesato, forse annoiato, come se intuisse di stare raschiando il fondo del barile. Infatti il botteghino americano ha fatto spallucce: appena 7 milioni di dollari con 2.538 schermi, quattro volte meno del primo capitolo. Forse il terzo, “Machete Kills Again… in Space”, annunciato nei titoli di testa alla solita maniera cinefila e sgranata, da vecchio “prossimamente” anni Sessanta in stile Tarantino , si può evitare: mandarlo a tagliare panze sullo spazio, magari inguainato in tutine spaziali d’argento, non pare una grande idea.

Proprio una delusione “Machete Kills”, nonostante il gran spolvero di star in partecipazione speciale: da Mel Gibson ad Antonio Banderas, da Lady Gaga ad Amber Heard, da Charlie Sheen a Cuba Gooding Jr, da Sofia Vergara a Demian Bichir, da Jessica Alba a Michelle Rodríguez. Succedeva anche nel primo, dove Steven Seagal, Robert De Niro e Don Johnson si prestavano al gioco, con l’aria di divertirsi un mondo, mentre le ragazze, specie la spogliatissima Lindsay Lohan, sembravano aderire all’affilata poetica del machete.
Sarà la maledizione del numero 2: quasi mai lo scherzetto riesce, anche se il budget cresce devi procedere per accumulo e strizzatine d’occhio, inventando situazioni sempre più inverosimili per tenere fede alla leggenda cinefila dell’exploitation movie. Per Roberto Rodríguez, uno che vive nel mondo dei b-movie, l’importante è sorprendere lo spettatore, al fine di strappargli l’applauso infantile, liberatorio. Ma se in “Machete” tutto funzionava, e cioè le battute a effetto, le pin-up vestite da infermiere, le enormi lame luccicanti, le croci cattoliche, il gusto fetish e una punta di splatter nella sequenza, talmente orribile da diventare spassosa, in cui il vendicatore sventra un avversario e usa le budella come liana, in “Machete Kills” tutto si stempera nella ripetizione goliardica, anche un po’ cretina, e si perde la dimensione della ballata tex-mex. Perché il nuovo cattivo, lo scienziato pazzo Luther Voz incarnato da Gibson con un occhio al Dr. No di James Bond, è meno interessante dello xenofobo e reazionario senatore repubblicano McLaughlin che De Niro s’era cucito addosso con piglio strafottente.

«Capolavoro o boiata pazzesca?» si chiese il mensile “Ciak” a proposito del primo “Machete”. Né l’uno né l’altra. Ma nel suo genere il divertimento era assicurato, a partire dal tormentone cult che siglava l’epilogo: «Perché essere una persona vera se sono già un mito?». In “Machete Kills” il regista prova a rinverdire il tenore di quelle battute ironiche, puntando sull’impassibilità dell’eroe che spara frasi del tipo: «Machete non twitta», «Machete non fallisce», «Machete non scherza» fino al più surreale «Machete capita». Ma è il copione di Kyle Ward ad essere poverello di spunti, sicché, esaurito il giochetto delle ripetizioni e delle trovatine, come il killer El Camaleon interpretato da quattro attori diversi, tra i quali Lady Gaga, il film si avvia mesto verso il finale aperto che fa da prologo spaziale al (probabile) terzo episodio.
Sarà pure vero, come sentiamo dire, che «Bin Laden è morto e l’America ha sempre avuto bisogno di uno spauracchio», ma in “Machete Kills” lo sfottò dell’Impero a stelle e strisce si ferma a qualche trita allusione, pure di maniera, anche perché il regista con cappellone e stivali da cowboy negli States vive e prospera benissimo.

Michele Anselmi

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