Cupidity, una bella occasione per giovani talenti

Il 15 novembre, al Festival di Roma, durante la tavola rotonda su nuovi linguaggi e creatività giovanile viene presentato il lancio del contest Cupidity. Una sfida lanciata ai nostri filmaker e videomaker più giovani per confrontarsi con i registi della serie di cortometraggi prodotta la scorsa edizione dalla società di Ridley Scott. Una serie di notevole qualità sia artistica che tecnica, giustamente premiata da un successo planetario, con oltre 40 milioni di visualizzazioni su YouTube. E’ una bella occasione, ora trasferita in Italia, per quello che io chiamo “il popolo senza terra”, quella platea sterminata di tantissimi giovani registi e aspiranti tali, attori, sceneggiatori e tecnici che rappresentano una gente senza terra, nel senso che non trova sbocco alla diffusione del proprio talento. Se non negli angusti spazi di piccoli festival e rassegne, sempre più numerose ma scarsamente capaci di diventare una reale vetrina.

All’Università Sapienza, dove dirigo il portale Cinemonitor, abbiamo condotto un primo censimento di queste manifestazioni e a oggi ne abbiamo già classificate 858! Un numero così elevato da risultare sconcertante. Si direbbe che non c’è città o paese che non ospiti almeno una rassegna. Il guaio è che queste occasioni di incontro con il pubblico è troppo poca cosa rispetto alla creatività che viene espressa. Se fossimo in un paese in cui la televisione pubblica assolvesse sul serio alla propria missione, sarebbe lei a offrire il giusto spazio ai talenti. Le centinaia di rassegne esistono e proliferano proprio perché la tv non fa quello che dovrebbe. A conferma che aveva ragione Indro Montanelli, quando scriveva che i manager della televisione andrebbero puniti non per quello che fanno, ma per ciò che non fanno.

Il lancio di Cupidity non può certo colmare tanto vuoto, ma è pur sempre un segnale di coraggio. Ed è bello che una multinazionale come l’Unilever si ponga l’obiettivo, in quanto sponsor del contest, di confrontarsi con i linguaggi emergenti. Raggiunge un duplice fine: da una parte coltiva la propria immagine pubblicitaria, né potrebbe fare altrimenti, ma al tempo stesso consente a molti giovani di cimentarsi in una importante competizione da una parte all’altra del pianeta. Anche le regole e i paletti posti dallo sponsor (tra i quali il minutaggio, il formato e i contenuti), che a prima vista potrebbero sembrare limiti restrittivi, rappresentano di fatto un sano confronto con la realtà e con le esigenze del mercato. Quel mercato troppo spesso viene vituperato dagli autori. Invece può rappresentare un’ottima palestra di esercizio del talento. Federico Fellini ad esempio si lamentava dell’ingerenza della pubblicità, però non disdegnava di frequentarla. Del resto se andiamo indietro nel tempo, non era forse la committenza commerciale di allora ad alimentare le opere dei grandi artisti come Raffaello o Leonardo?

I contest che oggi vengono promossi da molti brand in giro per il mondo (anche i cinesi stanno entrando prepotentemente nella mischia) confermano l’attuale trend del cinema come “mutante” in rapido divenire. A fronte di un’evidente crisi del cinema, specie in sala e al box office (alcuni grandi successi sono solo una conferma dell’eccezione alla regola), cresce invece la domanda di fare e vedere storie attraverso nuovi formati e nuovi veicoli di trasmissione. Vedi il lascito di Steve Jobs, che prima di andarsene ha investito gli utili della Apple per diventare il maggiore azionista della Disney, con l’obiettivo di andare oltre al cinema tradizionalmente inteso. Storie e microstorie raccontate per immagini sempre di più invaderanno tablet e cellulari, per essere fruibili ovunque e in qualsiasi momento, in primis in Internet e on demand. Tutto ciò non è segno della morte del cinema, di cui già sentivamo parlare da Roberto Rossellini, ma semmai della sua trasformazione in qualcosa di più trasportabile, di più personalizzabile, di più socializzabile. Del resto il cinema è sempre vissuto in uno stato di mutazione e transizione, sin dai tempi di Méliès, di Griffith, di Chaplin, per parlare dei soli pionieri. Scomparsi quasi del tutto i videostore, si apre al mondo un nuovo grande territorio, che è quello dell’immateriale, che rappresenterà il dominio del domani, vedi l’avvento dei Google Glass, per alcuni una mostruosità, per altri una nuova opportunità su cui si stanno avventando migliaia di sviluppatori.

La vera nota stonata è il pauroso ritardo dell’industria del cinema italiano, così poco attenta, anzi pressoché del tutto assente dal campo della ricerca & sviluppo, proprio in un periodo storico in cui tutto sta cambiando così velocemente. L‘America, che in quanto stato è più indebitato di noi, sta aprendo ovunque laboratori di sperimentazione del futuro digitale. Lo stesso stanno facendo Inghilterra, Francia, Germania e tanti altri. Da noi, ahimè, neppure se ne parla. Nel loro piccolo, coprono il vuoto alcune grandi industrie. Oggi è il caso della Unilever e per questo possiamo dire che oggi è una bella giornata. Ma è troppo poco. Mentre nel mondo crescono i nativi digitali, il rischio Italia è che da noi muoiano in fasce.

Roberto Faenza

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