Basta guerra dei festival: Virzì fa scoppiare la pace

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Meno male. Basta baruffe a mezzo stampa, sgambetti sulle date, titoli rubati a vicenda, rivalità insensate sulle cosiddette prime mondiali. A sorpresa Paolo Virzì manda segnali di pace sulla storica guerra tra festival. Chiamato pochi mesi fa a pilotare il Torino Film Festival dopo i colleghi Gianni Amelio e Nanni Moretti, il regista livornese ha presentato alla Casa del cinema romana la sua prima edizione, la trentunesima, in programma dal 22 al 30 novembre. «Francamente non vedo un problema di rivalità, auguro anzi a Roma, che pure chiude cinque giorni prima di noi, di presentare buoni film. La bellezza di un festival non dipende dal direttore o dai soldi. Dovrebbe vigere una dittatura sorridente che ci fa guardare tutti lo stesso sogno» esordisce sorridente l’autore di “Ovosodo”. Messo da parte per qualche settimana il montaggio del suo nuovo film, “Il capitale umano”, che trasporta in Italia il romanzo americano di Stephen Amidon, Virzì sceglie su Torino il registro dell’understatement gentile. «Spero solo di non sciupare una cosa bella, un festival popolare e cinefilo al tempo stesso, che poi è l’identità semplice del Tff. Uno dei pochi festival dove, se entri in una sala a caso, non becchi mai una fregatura, sennò il pubblico, esigente com’è, sradica le sedie».

Non è un segreto che a Torino avessero pensato a Gabriele Salvatores come successore di Amelio. Poi l’avvicendamento non è andato in porto e così Virzì, più giovane ed entusiasta, ha finito con l’accettare il cimento. «Ho detto sì perché, pur facendo un altro mestiere nella vita, ci sono momenti in cui nessuno dovrebbe sottrarsi alle opportunità messe a disposizione. Le cose belle sono rare e preziose, quindi vanno sostenute» spiega al “Secolo XIX”. Aggiungendo, con una punta di livornese ironia: «A Torino sono orgogliosi della loro specialità caratteriale. Non amano il glamour, ancor meno il red carpet, tra l’altro logisticamente improponibile. Diciamo che cercheremo di essere… più espansivi».
Più «espansivi» significa apertura al Lingotto con le battute di Luciana Littizzetto e la band del cantautore toscano Bobo Rondelli, capace come pochi di imitare la voce di Mastroianni; più “marchin’ band” torinesi e piccoli numeri da circo per ravvivare il clima festoso all’esterno delle sale coinvolte.

A riassumere il senso del 31º Tff, da Virzì definito «un filmone lungo 185 film», ecco alcune cifre: 70 lungometraggi, 46 anteprime mondiali, 25 internazionali, 5 europee, 62 italiane. Il manifesto, che raffigura un bacio sullo schermo osservato da una mamma con bambino, è firmato da Gipi. Quanto al costo, è fermo agli anni scorsi: 2 milioni e 400 mila euro, pochissimo se paragonato ai 13 di Venezia e ai 10 di Roma. Ma nessuno degli organizzatori si lamenta, anzi Virzì ringrazia calorosamente tutti: enti locali, a partire dal Comune, sponsor, naturalmente ministero ai Beni culturali, oggetto, quest’ultimo, di un notevole pressing.
Si parte il 22 sera con “Last Vegas”, il gioco di parole tra Last e Las è voluto, commedia su un bizzarro addio al celibato cucito addosso a quartetto all-star di “pantere grigie”: Robert De Niro, Morgan Freeman, Michael Douglas e Kevin Kline. Si chiude il 30 con un thriller mica male, quel “Grand piano” di Eugenio Mira dove il cattivo John Cusack minaccia tramite auricolare – «Suona una nota sbagliata e morirai» – il giovane pianista classico Elijah Wood con fobie da palcoscenico.

In mezzo ce n’è per tutti i gusti. Il concorso riservato ad opere prime e seconde, tra le quali due italiane: “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, e “Il treno a va a Mosca” di Federico Ferrone e Michele Manzolini. L’uno è un rischioso film comico su Cosa Nostra, un po’ in chiave “Forrest Gump”; l’altro una specie di ufo che raccoglie i veri filmini in super 8 girati nel 1957 da un barbiere romagnolo comunista in bilico tra culto dell’Urss e aspra disillusione. A capo della giuria il regista e sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga.
Ricca come sempre di titoli americani la sezione “Festa mobile”, in omaggio a Hemingway: da “All Is Lost”, con Robert Redford perso su una barca in mezzo al mare, a “Inside Llewyn Davis” dei fratelli Coen, ambientato nella scena musicale newyorkese del 1961, entrambi passati a Cannes. Una vera primizia, invece, è l’italiano “La sedia della felicità” di Carlo Mazzacurati, una stralunata caccia al tesoro con la coppia Valerio Mastandrea e Isabella Ragonese.

E poi documentari, corti italiani, ripescaggi d’autore, omaggi al new american cinema anni Sessanta-Settanta con Elliott Gould in carne e ossa, anticipazioni su quello che bolle in pentola da noi, anche una nuova sezione intitolata Europop, cioè una sorta di passeggiata nelle vette del box-office europeo per capire i gusti del grande pubblico. I corrispettivi del nostro Checco Zalone, al quale Virzì spedisce un saluto di simpatia: «Non lo vedo come un fenomeno apocalittico, anzi mi piace la sua perfida intelligenza. Il suo successo straordinario è una bella notizia per il nostro cinema, quella cosa deprecata che di solito che fa venire la bava alla bocca di Brunetta».

Michele Anselmi

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