Dal profondo. Un mondo sommerso riportato alla luce

Dal profondo a te ho gridato. Ascolta la voce mia. Siano le tue orecchie attente alla voce della mia preghiera”.

Cagliari, a filo tra cielo e mare. Pale eoliche vorticano, braccia mulinanti al sole del giorno. L’acqua salata è cielo sotto cielo, striscia sottile di blu acceso. Sporca, inquina, scalda poco: il carbone non serve più. Altre sono le fonti di energia pulita a basso costo su cui il paese vuole investire. Ma qui, ai cancelli della Carbosulcis, i sommozzatori del buio scendono negli abissi un giorno dopo l’altro. I grilli e il loro canto unica filastrocca a spezzare il silenzio. Centocinquanta minatori. Centocinquanta uomini attendono la propria sorte occupando il sottosuolo. “La miniera è nostra. Siamo noi a decidere se chiuderla o meno”.

Da quanti anni entra nella gabbia? L’Ascensore lento discende ad abituare gli occhi al nero delle vie sotterranee, i raggi del giorno un ricordo lontano. Patrizia è l’ultima minatrice, la sola donna qui a lottare in prima fila. All’interno del percorso filmico il personaggio femminile si fa unico collegamento fra interno ed esterno. Piccola e risoluta, sagoma breve si delinea di corpo e occhi, esposta a nudo, catturata dallo sguardo attento della cinepresa: giù nei pozzi dove la vista sussulta di fronte all’oscurità, su su verso l’alto, in superficie. Un passo dopo l’altro a solcare montagne di materia nera sotto il sole rovente. Il respiro è faticoso, lei lo conosce, il fiato a mezza strada. Un padre morto da un anno soltanto: tosse di silicosi, rantoli da minatore. La donna ricorda le cene anticipate alle cinque di sera e l’uscita del genitore dalla porta di casa. Penetrava da solo nella notte, solo discendeva nelle strade d’ingranaggi contorti, strani multiformi sottomarini sommersi per le vie scavate sottoterra. Il viso stralunato davanti a uno specchio, lineamenti da uomo nero scrutati con imbarazzo. Lungo i binari le vie della miniera sono acque calde e profonde solcate da singolari imbarcazioni. Corrono veloci sotto pioggia incessante di polvere e sassi. Una maschera a proteggere il viso, scarponi pesanti, casco e luce a illuminare la notte senza fondo, senza fine. “Come i grilli siamo. Ingoiati nelle fessure, nati sotto la pietra”. Ma il loro canto non raggiunge le altezze dei cieli. Patrizia ricorda il padre: un misto di malinconia e rabbia a strozzarle la gola. La figlia femmina che segue le orme del padre. I pensieri appesi al passato e l’incertezza per il futuro non si lavano sotto l’acqua della doccia. Il carbone resta, t’accompagna fuori dalla miniera. Ogni volta che ti soffi il naso e dio lo sa quello che esce.

Patrizia siede, Patrizia cammina sola lungo le retrovie di silenzio, Patrizia esamina i livelli di gas grisù: sa di poter saltare in aria ogni giorno, ogni ora di lavoro non garantito, non spesato. Si appendono striscioni di protesta alla Carbosulcis. “E’ l’ora del tritolo”. I minatori sono disposti a tutto, anche a tagliarsi di lama davanti alle telecamere. Ci pensiamo noi ad uccidere le nostre famiglie. Parla Valentina Pedicini, regista di Dal profondo, presentato in questi giorni al Festival Internazionale del Film di Roma, giovane cineasta che osserva il mondo con lo sguardo puro e disincantato d’attenta documentarista : “Come i miei lavori precedenti nasce dal desiderio di raccontare figure femminili straordinarie in universi solitamente abitati e raccontati dagli uomini. Patrizia, con la sua vicenda personale e familiare, è presto diventata per me modello della storia mineraria declinata al femminile, storia fino ad ora mai narrata”. Un talento indiscusso quello dell’autrice che si fa sguardo curioso e indagatore nella splendida fotografia di Jacob Stark. Un gioiello il percorso cinematografico della Pedicini, cronistoria che insiste e assiste alla vita mineraria di un pugno di uomini. Saranno frammenti di corpi, facce buie di polvere nera riprese di sbieco, sguardi intensi di chi sa che vuol dire vendere cara la pelle.

Chiara Roggino

Lascia un commento