Her. Il film perfetto sull’amore esiste

Comprendere e restituire la complessità dell’amore – si badi bene, quello con la “A” maiuscola –, fotografando gli inevitabili cambiamenti cui è soggetto nel tempo. Questa la sfida che il regista Spike Jonze ha intrapreso con “Her”, in concorso all’VIII edizione del Festival del Cinema di Roma. Una sfida, bisogna dirlo, vinta a tutti gli effetti. Los Angeles, in un futuro prossimo. Theodore (Joaquin Phoenix) lavora scrivendo lettere commoventi per conto di altri, trascinandosi lento in un susseguirsi di giornate tutte uguali, stroncato dal fallimento del matrimonio con Catherine (Roooney Mara). Un giorno porta a casa un nuovo sistema operativo dotato di controllo vocale, definito dai creatori “unico e intuitivo”. Lo avvia e conosce “Samantha” (Scarlet Johansson nella versione originale), una voce femminile, sensibile e spiritosa, che organizza i suoi impegni e gli fa da confidente, desiderosa di conoscere il mondo fisico e “reale” in cui vive Theodore. La loro relazione cresce sino a diventare un amore corrisposto in cui, ai rischi tipici del rapporto, si aggiungono le perplessità che derivano dalla natura virtuale di Samantha.

Quando Jonze vuole spiazzare, lo fa senza mezzi termini (basti ricordare le atmosfere surreali e ipnotiche di “Essere John Malkovich”). E allora, perché non rappresentare il sentimento più umano che esista attraverso una relazione con un laptop? Quasi a dimostrare che l’empatia tra due esseri non necessiti a tutti i costi di un individuo in carne ed ossa. Jonze s’interroga sulla natura imperfetta e imprevedibile dell’amore, e lo fa avvalendosi di un cast d’eccellenza: Phoenix è sbalorditivo nel rendere l’agonia di un uomo solo, schiacciato dalla paura di aprirsi con l’altro e al contempo ansioso di essere conosciuto ed apprezzato per ciò che è. D’altro canto, l’impalpabile quanto meravigliosa performance della Johansson in patria ha già fatto gridare all’Oscar – caso unico, considerando che la bella musa di Woody Allen non compare mai fisicamente, e cionondimeno si presenta a pieno diritto come la co-protagonista invisibile di “Her”. Anche Amy Adams, nei panni dell’amica storica di Theodore, ritrae in maniera delicata le sofferenze insite nei rapporti, che il regista riesce a esplorare senza mai scadere nel banale o nel retorico. Jonze sussurra la sua visione dell’universo affettivo a uno spettatore che resta ammaliato dalle sue sfumature, dagli attimi che colgono in maniera fedele e senza fronzoli l’intimità dei personaggi.

Prodotto dalla Annapurna Pictures, “Her” è accompagnato dalle musiche degli Arcade Fire e di Owen Pallett, che riempiono le inquadrature rendendole ancora più calde. Il tutto suggellato dalla fotografia a tinte pastellate di Hoyte Van Hoytema. Bisogna riconoscerlo: dei 120 minuti che compongono “Her”, Jonze non ne ha sprecato nessuno.

Ilaria Tabet

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