Il passato: divorzio all’iraniana

Dopo una separazione, un divorzio. Asghar Farhadi continua il suo percorso d’indagine sulle relazioni umane concentrandosi, ancora una volta, su un gruppo di famiglia in un interno. Dopo averci raccontato il distacco tra Nader e Simin in quel di Teheran, ora il suo sguardo emigra a Parigi per rivelarci la fine della storia d’amore tra Ahmad e Marie. Ma non è, come i due protagonisti credono, solo questione di una firma da apporre in presenza di un notaio. Inaspettatamente si ritroveranno a fare i conti col passato e il presente, tra una figlia, Lucie, che non accetta il nuovo compagno della madre e il “fantasma” di una donna in coma che infrange ogni possibilità di serena convivenza.

Il passato è il passato, non si cambia, ma può riservarci sorprese sull’oggi. E non è un archivio polveroso e chiuso a chiave, ma un vaso di Pandora che, se aperto, può far venire a galla problemi irrisolti. Con una sceneggiatura densa e più verbosa del solito, Farhadi ci consegna un nuovo piccolo grande spaccato di realtà domestica e coniugale. Il regista iraniano prende tutto il tempo che gli serve, attende, osserva e ci consegna un quadro dove dietro a visi sbattuti e consumati dalle lacrime, porte smaltate e pareti invecchiate, il tempo è l’unico vero padrone di casa.
Ma nel passaggio, sia diegetico sia produttivo del film, dall’Iran alla Francia (Paese abile nel non snaturare lo stile registico di stranieri che per fare cinema approdano ai piedi della Tour Eiffel), pur concedendosi un colpo di scena finale con vaghi contorni da thriller/giallo, Farhadi perde qualcosa. A bene vedere, infatti, a Il passato mancano quel senso di mistero ed empatia verso le spettatore presenti nelle opere precedenti.

Se About Elly ci sconvolse con la scomparsa di una donna che gettava gli altri in un’intricata e inestricabile ragnatela di menzogne e mezze verità, e Una separazione ci fece soffrire in tutto e per tutto con i personaggi per la loro vicenda particolare dal valore universale, Il passato manca di vero coinvolgimento di chi guarda, come se Farhadi avesse dedicato troppa attenzione all’analisi e troppo poca all’emozione. Questo pur rimanendo un’opera pregevole, da vedere e apprezzare, di un regista che sa conferire valore iconico e simbolico a molte scene, come quella iniziale in cui Ahmad e Marie, separati all’aeroporto da un vetro, non riescono a comunicare, presagio di quello che poi accadrà.

Straordinaria la prova di Berenice Bejo, meritatamente premiata come migliore attrice a Cannes 2013. Al suo fianco Tahar Rahim, che, lanciato nel 2009 da Il profeta di Jacques Audiard, è già uno degli attori più richiesti in Francia.

Tommaso Tronconi

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