Venere in pelliccia. Un ottimo Polanski a porte chiuse

Un vicolo alberato sotto il cielo di Parigi. Non una semplice carrellata in avanti, non l’occhio dell’autore a pedinare la città sotto il cielo grigio venato qua e là da presagi impastati di blu e viola assieme, araldi di tuoni e fulmini a imperversare in un apparentemente tranquillo finale di giornata. C’è qualcuno o qualcosa che cammina a passo spedito. La soggettiva svolta a destra per trovarsi faccia a faccia con un teatro fatiscente. Dall’alto le gocce pungono la pelle e la nostra “entità” non è affatto contenta di inzupparsi. Apre la porta, ne spinge un’altra, fino a penetrare l’interno. Ad attenderla un utero polveroso camuffato da platea e palcoscenico, umido da appannare il fiato. Polvere sui pavimenti e tra le fessure delle pareti. La sala è logora di un pomeriggio filato di provini andati a male.

Thomas (Mathieu Amalric), regista e adattatore della pièce da portare in scena, è stanco, frustrato dall’andirivieni di attricette insulse desiderose di accaparrarsi il ruolo della protagonista. L’eroina, diva e incarnazione di Venere dominante e ammaliatrice scaturita dalla penna di Sacher Masoch, non ha nulla a che spartire con loro. E’ elegante lei, altera, deve sussurrare la favella d’incantatrice di serpenti. Ed ecco che scopriamo l’intruso, o meglio l’intrusa che si è imbucata nell’edificio. E’ una lei, Vanda (Emanuelle Seigner). Lo stesso nome dell’eroina del copione. Vanda con la “v” non con la “w”. E’ lo stesso. Entra in sala con la grazia di un uragano, bagnata fino alle ossa, trucco disfatto, mascara colante a disegnare un mascherone fatiscente incorniciato da biondi capelli. L’abbigliamento è da battona calzata e vestita: “Per meglio entrare nella parte”. Ma Thomas ne ha le scatole piene. Un’altra incompetente a invadere le sacre tavole del palcoscenico. La donna insiste. Ha portato con sé anche il costume di scena, dice. Quando Vanda inizia a lacrimare per l’ennesimo provino andato a male, il regista cede offrendole una chance. Sarà lui ad aiutarla ad allacciare il vestito di scena. Gancio dopo gancio in un gioco sottilmente erotico che lascia ben presagire la sfrenata danza bacchica che animerà la scena nelle ore a venire. Vanda è volgare, Vanda è ignorante, ma le basta aprire bocca: ed ecco, voce e corpo della Venere di Sacher Masoch prendono vita. L’uomo, il regista, il detentore di potere nella realtà teatrale, lentamente ma non troppo crollerà ai suoi piedi fino ad allacciarle i lunghi stivali. L’uomo, lacchè di dama capricciosa e soggiogatrice, in un gioco audace perfettamente metateatrale e metacinematografico, allaccia i neri calzari a rallentatore. Dilatato, infinito pare il tempo della zip che sale accompagnata dalla mano verso l’alto, a metà coscia. Thomas, non più regista, non più adattatore tronfio di cultura e intelletto, ora mero schiavo, strumento sessuale nelle mani di una Venere spietata.

Dopo “Carnage”, Polanski insiste travolgendo lo spettatore in una slavina di comicità al vetriolo proponendo la variazione di un materiale letterario, il romanzo erotico di Sacher Masoch, riarrangiato da David Ives all’interno di una pièce teatrale di successo. Numerose le similitudini all’adattamento di Yasmina Reza a cominciare da un prologo ed un epilogo che mostrano riprese esterne prima di rintanarsi in una sessione tra caratteri a porte chiuse. Ugualmente i protagonisti, inizialmente lucidi e ben intenzionati, abbandonano gradualmente le loro parvenze sociali per buttarsi a capofitto in un gioco distruttivo tra soggiogato e manipolatore. C’è sempre chi domina e chi, volente o nolente, viene dominato. Vanda, presunta attrice volgare e ignorante, raggira un critico letterario vanesio ed egocentrico. Entrambi lottano in una competizione animata da dialoghi traboccanti verve ironica, rivelatori di un cineasta sempre più leggero e distaccato.

La pellicola non cade mai nella trappola del ” teatro filmato”: l’ingresso di Vanda, il gioco sadomaso che riduce Thomas in manette quando la donna sembra definitivamente detentrice di potere, lo stesso stile narrativo persegue l’onda di una suspense autenticamente cinematografica, sì che “Venere in pelliccia” non corre mai il rischio di ridursi a mero esercizio stilistico. Sogno di una notte di tempesta, specchio magistralmente apparecchiato tra arte e vita, gioco spinto così lontano da non distinguere più il vero da tutti i suoi riflessi.

Chiara Roggino

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