Massimo – Il mio cinema secondo me. L’omaggio a Troisi del Festival di Roma

Il Festival del Film di Roma ha reso omaggio al grande regista e attore napoletano Massimo Troisi. Oltre alla mostra fotografica (notevole) allestita nel foyer della Sala Sinopoli, nell’anno in cui l’artista avrebbe compiuto sessant’anni è stato presentato al Museo Maxxi l’ottimo documentario di Raffaele Verzillo “Massimo – Il mio cinema secondo me”. Realizzato con la collaborazione di Rai Cinema, il mediometraggio prende le mosse da una tesi di laurea che Antonella Coluccia, co-autrice della sceneggiatura, scrisse sul cinema dell’attore partenopeo nel ‘93, insieme ad una preziosa intervista audio all’autore.

Così è nata l’idea di un documentario-ricordo che si pone anzitutto come viaggio di ricerca, alla scoperta della poetica e della sensibilità artistica di Troisi regista. Le foto inedite fornite dall’archivio di Mario Tursi, e animate per l’occasione in motion graphic, si intrecciano alla testimonianze di numerosi amici e colleghi – Lello Arena, Francesca Neri, Massimo Bonetti, Anna Pavignano, Maria Grazia Cucinotta e il critico cinematografico Mario Sesti. Ognuno con un suo personale racconto di come fosse semplice e al contempo straordinario il lavoro di Massimo sul set – un lavoro che nasceva anzitutto dalla necessità di rappresentare qualcosa che fosse degno di essere raccontato: “Devo convincere prima me stesso che vale la pena raccontare un argomento, che sia l’amore, la malattia, l’amicizia (…), che dica qualcosa non di assolutamente nuovo, ma se il nuovo non c’è, devo sforzarmi di guardarlo da un nuovo punto di vista”.

Una sfida quotidiana nella quale Troisi usciva perlopiù vincitore, a giudicare dai successi cinematografici che lo portarono, nel corso degli anni Ottanta, a farsi amare incondizionatamente da critica e pubblico – dai primi “Ricomincio da tre” e “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, forti del connubio con il compagno di teatro Arena, sino al fortunato incontro con Roberto Benigni, che nel 1984 diede vita all’irresistibile e geniale “Non ci resta che piangere”. Una produzione marcata dal continuo uso del dialetto, cui Massimo non rinunciava mai, definendolo come “un fatto ideologico, una difesa”. E infatti “parlare in italiano avrebbe significato tradire non solo il napoletano, ma l’idea stessa di fare cose diverse”.

Da qui il suo inconfondibile modo di recitare, fatto di ripetizioni, continue pause e ripensamenti, metafora verbale della timidezza dell’artista, ma anche del disagio comunicativo che Troisi riteneva intrinseco al rapporto tra i sessi, e che tentava di riprodurre al meglio nel mondo “finto” del set. “Lui non ti costruiva, voleva che tu fossi quanto più possibile vicino alla realtà”, ricorda la Cucinotta, che fu al suo fianco nell’ultimo e splendido “Il Postino”. Verzillo ci restituisce il volto più umano e forse meno conosciuto di Troisi, sottolineandone la modestia, la velata malinconia che toccava la sua persona. “Angelo e marionetta”, come suggerisce Francesca Neri citando il poeta Rilke, Troisi ci saluta sulle note finali della commovente “Qualcosa arriverà” del concittadino Pino Daniele, confermandosi come uno dei grandi maestri della comicità italiana del Novecento.

Ilaria Tabet

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