L’arte della felicità: anche l’animazione urla spiritualità

“Viviamo mille volte e mille volte siamo da buttare.” Ѐ davvero un periodo critico per l’uomo postmoderno. Tra catastrofi naturali, violenze inaudite, perdita di valori, famiglie allo sfascio, tutti corrono e nessuno sa dove andare a rifugiarsi. Un’emergenza così forte che l’urlo arriva nelle sale da oggi, 21 novembre, anche dalla pellicola d’animazione L’arte della felicità, opera prima del giovane regista napoletano Alessandro Rak, fumettista e illustratore, autore di diversi videoclip musicali per i brani dei 24 Grana. Pensato inizialmente come un documentario, in collaborazione con Mad Entertainment, Rai Cinema e Cinecittà Luce, il film è prodotto da Luciano Stella, fondatore dell’omonima manifestazione culturale, attiva a Napoli dal 2005 con incontri che declinano alla religione, al senso della vita, della morte, dell’equilibrio spirituale.

In una Napoli abbandonata a se stessa, divorata dal degrado, Sergio, un ex pianista di quarant’anni, riceve una triste notizia che lo sconvolge e lo tormenta. In preda alla rabbia, all’insofferenza, all’abbandono e ai rimorsi per aver voltato le spalle alla musica deludendo così il fratello violinista, viaggia ininterrottamente per la città osannata dal maltempo. Nell’apocalisse annunciata, l’uomo dialoga con impeto con se stesso e con il suo passato. Il suo Taxi diviene un porto di mare, è l’attimo in cui i passeggeri entrano ed escono con i loro racconti di vita in cui tutti i significati si condensano e si svelano come messaggeri di nuove speranze, risvegliando in Sergio ricordi che si ingigantiscono come echi nel suo presente. Forse sarà di nuovo l’amore per la musica a farlo riemergere.

Il film, accompagnato dalle morbide note composte e dirette da Antonio Fresa e Luigi Scialdone, ricorda l’animazione Waking Life di Richard Linklater (2001) per l’intensità dell’introspezione e la profondità delle tematiche affrontate nei dialoghi. La sceneggiatura dell’opera, invece, è un continuo rimando a simbologie buddiste e cattoliche, tutta la trama è incentrata sul persistente confronto tra chi stenta ad accostarsi a una fede e si sente smarrito e confuso (il personaggio di Sergio) e chi, invece, ha raggiunto la serenità interiore avvicinandosi alla divinità. Nonostante Rak affermi di esser stato lontano dalla volontà di rappresentare la religione con un’intenzione moralista, la visione desta in proposito qualche dubbio. C’è da chiedersi, a questo punto, quanto, in realtà, fosse stata necessaria la centralità religiosa nell’affrontare il vastissimo discorso sulla felicità, su quello stato d’animo al vertice delle sensazioni di benessere cui si giunge davvero in modo molto soggettivo. Il regista risponde che l’ambito esplorativo del film – concepito per una visione adulta – è quello di puntare alla spiritualità che è alla base della religione, far emergere, oggi più che mai, l’urgenza di una emozione perduta, raccontare qualcosa che sia comunque fuori da quelle forme di integralismo religioso.

Patrizia Miglietta

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