Il tocco del peccato: la Cina è vicina, ma c’è poco da stare allegri

L’angolo di Michele Anselmi | Per Cinemonitor

La Cina sarà vicina, anzi vicinissima, specie per chi abita a Roma, Milano, Prato o in altre città italiane meta di un’immigrazione silenziosa e ramificata; ma il regista 43enne Jia Zhangke, Leone d’oro a Venezia 2006 con “Still Life”, ci ricorda come il “turbo-capitalismo” cinese stia provocando danni notevoli anche in quel grande Paese, specie sul versante di una violenza cieca, rabbiosa, frutto di una crescente disparità tra ricchi e poveri.
“Il tocco del peccato”, migliore sceneggiatura a Cannes 2013, è un film potente, diviso per quattro, e non sorprende che ciascuna delle rispettive storie narrate, tutte di morte, venga dalla cronaca recente. «Sono fatti ben noti in patria, ho voluto utilizzarli per costruire un ritratto esauriente della vita nella Cina contemporanea, dove la violenza è in aumento, diventando a volte per i più deboli, purtroppo, il mezzo più veloce ed efficace per proteggere la propria dignità» scrive il regista.
Il film non giustifica e neanche moraleggia, però racconta, sulla base di una ricerca quasi giornalistica nei luoghi reali degli eventi, salvo poi aggiungere elementi di fantasia, come un certo tipo di “collettivismo” comunista, una volta venuto meno il collante ideologico certo opprimente, abbia generato nuovi modelli di vita, di consumi, e insieme contraddizioni sociali spesso laceranti.

Non a caso, “Il tocco del peccato” si inoltra in parti della Cina assai diverse tra loro, dal nord freddo al sud turistico, quasi a suggerire un affresco, certo da prendere con le molle: come la riflessione di un regista, anche estetica, su un passato che resiste accanto a un presente vorace.
Nella desertica provincia dello Shanxi, proprio dove è nato Jia Zhangke, un minatore rabbioso non resiste al senso di impotenza e, fucile alla mano, decide di eliminare alla radice guasti della corruzione diffusa e antipatie personali: sparando come Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”.
A Chongqing, sul fiume Yangze, un giovane emigrante di ritorno per il Capodanno non riesce a riconnettersi ai ritmi della vita familiare: veste e si pettina come i suoi coetanei occidentali, vuole guadagnare in fretta più soldi che può, e una pistola, unita a una buona dose di sangue freddo, può essere l’amica migliore per mettere a punto una rapina sanguinosa.
A Hubei, nella Cina centrale, la graziosa receptionist di una sauna per ricchi vorrebbe cambiare vita, ma il suo amante sembra distratto, il sogno va in frantumi, così non le resta che tornare al vecchio lavoro: e quando un ricco cliente la molesta, trattandola da puttana, scoppia la reazione omicida.
Infine a Dongguan, nella zona di “libera impresa” sulla costa meridionale, un giovanissimo operaio non regge all’idea di dover sacrificare il salario per risarcire un collega infortunato in fabbrica per colpa sua, scappa, prova a lavorare da cameriere in una specie di bordello di lusso e kitsch per nuovi ricchi, si innamora di una ragazza soave ma troppo cinica, infine torna al vecchio mestiere. Non reggerà alla pressione, alla vita intristita in quei condomini tutti uguali, detti “L’oasi della prosperità”.

Il titolo inglese, “A Touch of Sin”, è un omaggio diretto a quel “A Touch of Zen” che King Hu girò nel 1971, e le strizzatine d’occhio non si fermano lì: anche gli abiti indossati nel terzo episodio da Zhao Tao, nota da noi per “Io sono Li” e moglie del regista, sono una citazione diretta, così come i riferimenti a un brano di Opera tradizionale in costume. Ma sono dettagli per cinefili. Quel che emerge dalle due ore di “Il tocco del peccato” è il ritratto, a volte livido, tenero o grottesco, di una società in grande espansione economica ma pervasa da un malessere strisciante pronto a esplodere in forme inconsulte. Anche per questo, Jia Zhangke, sottraendosi a un certo gusto rarefatto del passato, indugia visivamente sugli effetti del massacro iniziale, sui tagli, il sangue, gli spari, i voli giù dalla finestra, le teste fracassate. Distribuisce Officine Ubu, se possibile meglio vedere la versione cinese con sottotitoli.

Michele Anselmi

Lascia un commento