Dietro i candelabri. Coraggioso ritratto di un artista fuori dagli schemi

Se pensate che il re o la regina del kitsch siano stati Elton John, Madonna o la più recente Lady Gaga, vi sbagliate di grosso. E magari non conoscete Wladziu Valentino Liberace, prorompente pianista e showman inarrestabile che cavalcò l’onda del successo nell’America degli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta.

Ed è a lui, a questo incredibile uomo di spettacolo di origine italo-polacca, che un regista come Steven Soderbergh sceglie di dedicare il suo ultimo film, Dietro i candelabri. Uno strabordante Michael Douglas dà anima e corpo ad un Liberace quasi sessantenne, che nei camerini del Las Vegas Hilton conosce il fascinoso Scott Thorson (Matt Damon), molto più giovane e low-class rispetto a lui. Tra tradimenti, riappacificazioni, droghe e plastiche facciali, Soderbergh racconta la turbolenta relazione tra i due, durata cinque anni e per tutto il tempo tenuta nascosta al pubblico – sino al drammatico epilogo del 1982, cui seguì poco tempo dopo la morte di Liberace per AIDS.

Girato a Las Vegas, Palm Springs e Los Angeles, il film ha potuto contare sulle sontuose scenografie di Howard Cummings (già al servizio di Soderbergh in Effetti collaterali), che ha saputo riprodurre gli eccessi e le stravaganze dell’habitat di “Lee” (come Liberace si faceva chiamare dagli amici intimi). Tra pianoforti maestosi, specchi onnipresenti, oro massiccio e pellicce arricchite di diamanti, Soderbergh guida con mano sicura un film coraggioso e sopra le righe, che riflette in maniera intelligente e mai scontata su un tema – l’omosessualità – considerato ancora tabù negli anni Settanta. E riesce a farlo divertendo, con quella sana dose di umorismo che strizza maliziosamente l’occhio ai ben pensanti e al politically correct (in questo senso aiutato dall’abile sceneggiatura di Richard LaGravenese, che non esclude qua e là scene di sesso, neanche troppo velate).

Douglas si spoglia della sua mascolinità per calarsi in un ruolo decisamente nuovo, anni luce rispetto a quelli interpretati nella sua lunga e gloriosa carriera. Lo fa in maniera impeccabile, giocando con gli stereotipi del gay appariscente senza mai eccedere, rimanendo così entro la soglia del verosimile. Anche Damon, il “duro” della saga di Jason Bourne, restituisce un’inaspettata credibilità al personaggio di Scott (con il quale, peraltro, vanta una notevole somiglianza fisica). Soderbergh mostra ancora una volta, ove ce ne fosse bisogno, di avere la stoffa necessaria per affrontare un argomento non facile, scommettendo sulla bravura dei  protagonisti e sull’ottimo cast di contorno. Irresistibile Rob Lowe nella parte del Dott. Startz, il chirurgo iper-tirato che si occupa del re-styling facciale dei due amanti.

Applaudito al Festival di Cannes, Dietro i candelabri è nato come prodotto televisivo in patria (trasmesso dalla HBO lo scorso maggio): era stato giudicato “troppo gay” dagli Studios hollywoodiani per passare sul grande schermo, come dichiarava il costernato regista al “New York Post”. Per fortuna che, in questo caso, l’Italia non si è allineata con il perbenismo omofobo americano. La 01 lo distribuirà nelle sale il 5 dicembre.

Ilaria Tabet

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