Scempiaggini: Russell Crowe fa Noè, ma in italia diventa Noah

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Non è per fare gli autarchici a oltranza o difendere l’italico idioma. Ma che scempiaggine è fare uscire da noi il 14 aprile 2014 l’epico kolossal di Darren Aronofsky sull’Arca di Noè lasciando il titolo internazionale “Noah”? Per gli anglosassoni Noè è Noah, quindi non ci piove, scusate la battutaccia. Per gli italiani è Noè (i francesi scrivono invece Noé). Ma siccome ci sentiamo tutti anglofoni, al punto che uno speaker di tg recentemente ha pronunciato all’inglese la locuzione latina “sine die”, trasformandola in “sain dai”, ecco che il primo trailer doppiato conserva la dizione yankee. «Noah, cosa ti ha detto?» chiede Naamah, la moglie incarnata da Jennifer Connelly. Noè, anzi Noah, cioè Russell Crowe, risponde con la voce maschia di Luca Ward: «Distruggerà il mondo». Si parla di Dio, e per fortuna non diventa God o Lord. Mentre sentiamo tuonare dal “prossimamente”: «Grande era la malvagità sulla Terra, ancora più grande fu il castigo».

Naturalmente non è questione filologica. Semmai di provincialismo alla rovescia, di asservimento fesso. “Noah” è girato in inglese per un pubblico planetario, e di sicuro Aronofsky non ha voluto seguire le orme di quel mattoide di Mel Gibson che fece parlare in aramaico e latino gli attori di “La Passione di Cristo”. Noè, in lingua ebraica Noach, viene considerato uno dei patriarchi biblici più importanti: dopo Adamo e prima di Abramo. Secondo la leggenda sarebbe nato nel 2.704 a.C. e morto nel 1.754 a.C. all’età di 950 anni. Calcoli ardui da fare, e certo il quasi cinquantenne Russell Crowe, sempre carismatico e tosto, farà dimenticare il Noè che John Huston interpretò nel kolossal prodotto da Dino De Laurentiis. Era il 1966. “La Bibbia”, benché fosse stata girata in inglese a Cinecittà; infatti negli States si chiamò ragionevolmente “The Bible. In the Beginning…”.

Tutto si fa e si rifà al cinema. Poteva mancare l’Arca di Noè? In tempi di cupo pessimismo, mentre si torna a trovare conforto nella fede, Hollywood ha investito 130 milioni di dollari per “risuolare” in chiave fantasy un capitolo cruciale dell’Antico Testamento”: appunto il Diluvio Universale. Mica facile. Hanno dovuto unire le forze Paramount e New Regency, il tutto girato in Islanda, Messico e Usa, con un cast sontuoso dove primeggiano, accanto ai due protagonisti, Anthony Hopkins nei panni di Matusalemme, Emma Watson, Ray Winstone e altri. Operazione rischiosa, ma potrebbe funzionare la biblica cine-avventura scritta per lo schermo dal regista con Ari Handel e John Logan, lo sceneggiatore del “Gladiatore”. In effetti, a guardare trailer e fotografie, Crowe ha la stazza e il carisma giusti per indossare la barba di Noè, con e senza capelli. Anche la ruvidezza un po’ contadina e paterna insieme che ogni rilettura sacra deve prevedere oggi, per dribblare il già visto, in un tripudio di effetti speciali al computer.

Resta la domanda: perché “Noah” in Italia? Via, ripensateci. È come se un film tratto da un Vangelo si chiamasse “The Gospel”. Uno penserebbe subito a un canto religioso, no?

Michele Anselmi

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