Au nom du fils. Il silenzio della Chiesa sulla pedofilia nel film di Vincent Lannoo

Qui Radio Espoir Chrétien . Oltre la sala tecnici, dall’altra parte del vetro, Elisabeth (una strepitosa Astrid Wehettnal) è con noi per un nuovo appuntamento a tu per tu al di là della cornetta. Animata da un afflato religioso che la conduce ad alleviare con ardore le pene del prossimo, sorretta da fede incrollabile, la donna risponde alle telefonate, risolve in un sorriso i dubbi degli ascoltatori. Elisabeth è moglie e madre felice, appagata in ogni istante di vita, dono del Signore per una preghiera di ringraziamento perpetuata giorno dopo giorno. La sua casa, un villino costruito nel verde, è rappresentazione di felicità inattaccabile, armonia familiare fotografata da spot pubblicitari. La donna avrà ospite nella sua magione, al suo fianco e al microfono di radio, in qualità di esperto in teologia, padre Achille. L’uomo, sguardo annacquato, pingue, bolso, è apparentemente inoffensivo. I due sono certi di poter salvare il mondo, offrendo spiegazioni a interrogativi e incertezze degli ascoltatori. Ma basta un soffio a far crollare il castello di carte. Il marito e il figlio maggiore partono, zaino in spalla, in vista di un raduno cattolico. Innocui religiosi che pregano immersi nella natura, pensa Elisabeth. La donna non conosce l’addestramento delle truppe cristiane allenate da un padre/comandante esaltato: novello Kurtz, chioma folta e voce tonante, entusiasta (fin troppo) di addestrare i suoi uomini. L’esercito di Cristo è armato di pistole, armi, le più varie, cariche, tutte puntate contro i fantocci del mondo antioccidentale. Gli adepti ci regaleranno una corsa selvaggia a parodiare “Apocalypse Now” sulle note de “La cavalcata delle valchirie”. Raffiche di spari su sacchi innocui volti a rappresentare tutto quel che si teme, tutto quel che non è riconosciuto dal cattolicesimo. Ma capita l’imprevisto. Durante una messa qualcuno si fa prendere la mano e salta un colpo di troppo. A lasciarci le penne è il marito di Elisabeth. I fatti si susseguono spediti. Padre Achille, concede le sue grazie al figlio di Elisabeth. Il ragazzo si dichiara innamorato del sacerdote, ma la situazione non farà tempo a chiarirsi. Altro colpo di fucile, questa volta mirato alla gola. Suicidio per senso di colpa, suicidio della carne della sua carne. Quando Elisabeth si precipiterà dal vescovo, la sua istanza di giusta vendetta in nome del figlio verrà rifiutata. La colpa è del primogenito. E’ lui ad essere omosessuale. E’ lui ad avere adescato padre Achille, povera pecorella smarrita. Assassina oltre la faccia d’angelo, Elisabeth colpirà a morte l’uomo di chiesa e così tutti i preti pedofili presenti nel fascicolo mostratole in precedenza.

Un’opera multiforme e coraggiosa quella del belga Vincent Lannoo (presentata al trentunesimo Torino Film Festival) qui al suo secondo lungometraggio. La sceneggiatura, scritta a due mani con Philippe Phalardeau (“Monsieur Lazhar”) si dipana a scoppio di petardi, via via più numerosi, via via più sfavillanti. Quando la luce uccide e i bagliori accecano la vista. In principio sono rare miccette nel silenzio, rari scoppiettii che non provocano fastidio. E ancora tuoni e giochi pirotecnici sempre più numerosi: troppi, troppo violenti, offendono l’udito. La mamma giovane e bella, la genitrice devota alle raccolte fondi e alle tombole di beneficenza della domenica si trasforma in killer spietato in nome del figlio.

Vergine Maria a mano armata, Elisabeth agisce in un delirio vendicativo. Non sono più pupazzi quelli da abbattere, ma persone vere macchiatesi di crimini orribili che la Chiesa rifiuta di ammettere. La donna, vittima dopo vittima, precipita nel buio e con lei la fede: vacilla tremante fino alle soglie del crollo. E’ Dio il risolutore, il giustiziere dei mali del mondo o tocca all’uomo risolvere la situazione adottando le vie più estreme? “Au nom du fils” è un film completamente folle. E’ la critica del silenzio della Chiesa nei confronti della pedofilia, ma non solo. Il gioco al massacro di Elisabeth è totale e liberatorio, come in una pellicola di Tarantino, ma la rappresentazione compiaciuta di una farsa sanguinolenta è accompagnata dal ritratto di una donna complessa. I dubbi di moglie, madre, religosa vengono al pettine rapidi, uno alla volta, uno dopo l’altro. Oltre il gioco palesamente distruttivo e autodistruttivo c’è molto di più. “Au nom du fils” è un’esperienza cinefila sconcertante, in bilico perfetto tra commedia, dramma e thriller. Un gioco affascinante che vale la pena d’essere seguito fino alla fine.

Chiara Roggino

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