“Molière in bicicletta” o la forza della misantropia (non solo per ridere)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

«Riscontro dovunque solo vili lusinghe,
ingiustizia, interesse, scaltrezza, tradimento;
non posso contenermi, mi adiro,
e mi propongo di mandare all’inferno tutto il genere umano».

Da “Il Misantropo” di Molière.

Dipende da come lo si vede, intendo con che predisposizione d’animo, “Molière in bicicletta”, il cui titolo originale suona più sottilmente “Alceste à bicyclette”. Alceste è il protagonista della celebre pièce in cinque atti “Il Misantropo”, messa in scena la prima volta il 4 giugno 1667 al Palais-Royal di Parigi, con le musiche di Lully. Un testo scritto in versi alessandrini, rigorosamente in rima, dalle trasparenze autobiografiche, infatti il sommo drammaturgo francese vi riversò amarezze professionali, depressioni sentimentali, insofferenze senili, creando un personaggio destinato a restare nella storia del teatro (di recente si è misurato con il capolavoro molièriano anche il nostro Massimo Popolizio, in tempi lontani, per la tv, Giancarlo Sbragia, solo per dirne due). In verità non è che il burbero Alceste odi propri tutti, come si è portati a credere, ma di sicuro ha qualche ragione quando teorizza che «la stima ha fondamento su qualche preferenza e stimare tutti è lo stesso che non stimar nessuno».

Poi d’accordo: un briciolo o un tanto di misantropia alberga in ciascuno di noi, a seconda dell’età, degli eventi, del carattere, figuriamoci in un attore sofisticato ed esclusivo come Fabrice Luchini, anche fisicamente sembra perfetto per impersonare l’atrabiliare “misanthrope”. “Molière in bicicletta” è cucito su di lui, vezzi e tic attoriali inclusi, come un gioco di specchi, meglio un ping-pong, tra cinema e teatro, ma con l’idea di parlare d’altro, in fondo della natura umana di fronte alle sconfitte, non solo sentimentali.
Naturalmente il tono è da commedia popolare, con strizzatine d’occhio colte e affondi comici, in linea col cinema praticato da Philippe Le Guay, il regista del notevole “Le donne del 6° piano”. Questo nuovo film è meno ottimista, forse anche meno riuscito sul piano stilistico, e tuttavia gli si fa un torto a considerarlo solo “grazioso”. Dietro il tono a tratti birichino e sfottitorio, tutto interno al mondo dello spettacolo, si cela un nucleo emotivo asprigno, che esplode quieto nel doppio finale (forse non sarebbe dispiaciuto a Molière).

La storia è semplice. Serge Tanneur, ossia Fabrice Luchini, s’è ritirato da anni a vivere sull’Île de Ré, in una sorta di sdegnoso/penoso eremitaggio. Ma l’amico Gauthier Valence, ossia Lambert Wilson, non l’ha dimenticato. Divenuto famoso e ricco con una serie tv intitolata “Docteur Morange”, una specie di “Dr House” meno intrigante e più soap, l’attore approda sulla ventosa isola con l’idea di strappare Serge a quella stracca solitudine. Come? Mettendo in scena, appunto, “Il Misantropo”. Il problema è decidere chi farà Alceste e chi il deuteragonista Filinte. Valence s’è preparato per bene, è la star, e quindi Alceste tocca a lui; ma Serge è sprecato per Filinte, in fondo chi è più misantropo di lui? Così arrivano a un compromesso: dopo un periodo di prove in casa, per stabilire se l’intesa c’è, a teatro i due si scambieranno i ruoli, una settimana l’uno, una settimana l’altro.

Il film, distribuito da Teodora, è la cronaca di quella strana convivenza sull’isola, tra situazioni bizzarre, sotterranee rese dei conti, momenti di tenerezza e scoperte amorose. Già perché Francesca, bella e bisbetica italiana interpretata da Maya Sansa, irrompe nella vita di entrambi, con esiti sorprendenti. La donna sta divorziando dal marito, deve vendere la casa di vacanza, è troppo arrabbiata per evocare la seduttiva Célimène di Molière; la quale, per un attimo, sarà “interpretata” da Zoé, una scafata ragazzina del posto impegnata a costruirsi una carriera come pornostar.
Certo, Le Guay non si fa mancare nulla, condisce la storia con divagazioni “slapstick” come la bicicletta senza freni che finisce due volte nell’acqua stagnante, coloriti ritratti bozzettistici, prevedibili siparietti musicali, qui affidati a “Il mondo” di Jimmy Fontana. Ma il cuore del film resta cattivello, pure perfido, trascende la presa in giro del narcisismo tipico degli attori, quasi a dirci che tutto ciò al quale abbiamo assistito era già iscritto nel destino dei due amici-nemici. Meglio vedere la versione originale sottotitolata per cogliere rime e sfumature (anche se il doppiaggio è ben fatto).

Michele Anselmi

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