No struzzi, per favore

Sto preparando l’uscita del mio nuovo film (Anita B., in sala dal 16 gennaio) e tocco con mano la devastazione che la crisi economica congiunta al ciclone Internet sta gravando sul nostro territorio. A fronte di sale cinematografiche che chiudono (specie nei centri storici e anche in periferia, causa l’avvento dell’obbligo di proiezione in digitale), librerie che spariscono, mensili che non escono più, settimanali prossimi al default, eccetera eccetera, si respira un’aria davvero miserevole. Soprattutto non si vede lo spiraglio di un cambiamento di rotta a breve, ma neppure sul medio periodo. Tutto è iniziato alla fine del 2007 con la crisi dei subprime americani e sembra assurdo che nazioni già gracili come la nostra debbano pagare i debiti degli Stati Uniti. E’ appena uscito il rapporto Censis sullo stato del paese e suggerisco a tutti di leggerlo da cima a fondo. Quello che si evince in primo luogo è uno stato psicologico collettivo tendente al pessimismo anche in settori che invece indicano segnali di ripresa. E’ la prima volta che si registra un moto di default che viene dal pensiero della gente più ancora che dalle condizioni reali. Per chi non avesse voglia di analizzare il rapporto, provo a delinearne i punti principali.

L’Italia appare ai ricercatori guidati da Giuseppe De Rita un paese smarrito, soccombente e fiaccato da un peso insopportabile delle imposte. Ecco alcuni paragrafi del rapporto:. “la società sopravvive, ma è sciapa”; “dilaga l’incertezza del lavoro”.. “Nel 2013 su un campione di 1.200 famiglie – scrive il Censis – il 69% ha indicato una riduzione e un peggioramento della capacità di spesa”. Ci troviamo di fronte a una società “sciapa”: senza tensioni ideali, disabituata al lavoro, prodiga di immoralismo dilagante e disponibile a una sempre maggiore evasione fiscale. Da qui pessimismo e infelicità collettiva. Crescono le diseguaglianze sociali. Unico “sale”, suggerisce il Censis, l’imprenditoria femminile, l’iniziativa dei (pochi ) stranieri rimasti e la combattività degli italiani all’estero. Una famiglia su quattro fatica a pagare tasse e bollette e il 70% è in difficoltà di fronte a spese impreviste. L’incertezza crescente “ha preso il sopravvento” sulle famiglie assumendo “la forma della preoccupazione e dell’inquietudine”. “Il 2013 si chiude con la sensazione di una dilagante incertezza sul futuro del lavoro”, con il 14% dei lavoratori che teme di perdere il posto. Salgono a circa 6 milioni gli occupati precari, ai quali si aggiungono 4,3 milioni che non trovano un’occupazione. Il paese non spende e non risparmia, anche perché i continui cambiamenti fiscali “non consentono di effettuare previsioni di spesa”. Il 76% degli italiani corre dietro alle promozioni, spesso illusorie, dei supermercati. Aumenta il numero di persone che cerca sconti ovunque, il 53% ha ridotto l’uso di auto e scooter, il 68% ha tagliato cinema e altri svaghi, il 45% ha ridotto o rinunciato a sedersi in un ristorante. A soffrire di più è come sempre il Mezzogiorno dove il pil pro capite è sceso ancora. Il 57% del pil del Centro-Nord risulta addirittura inferiore a quello di Grecia e Spagna! “Nel 2013 le spese delle famiglie sono tornate indietro di oltre dieci anni”, certifica il Censis, aggiungendo che persiste “un quadro preoccupante nel quale risulta ormai essenziale agire con rapidità in termini di radicale abbassamento della pressione fiscale, di incentivi ai consumi prontamente utilizzabili”.

Buio pesto poi per quanto attiene le politiche del lavoro, un tempo il cavallo di Troia di tante battaglie. Terribile suona poi la fuga verso l’estero di tanti giovani e dei nostri migliori cervelli. Negli ultimi dodici mesi il numero di chi ha trasferito la residenza all’estero è raddoppiato, passando da 50.000 a 106.000. Si tratta principalmente di giovani: il 54,1% ha meno di 35 anni. Tralascio qui di parlare dello tsunami cultura. Domenica 1 dicembre, Il Sole 24 Ore dedicava il suo sempre interessante domenicale ai problemi della cultura. Invito a leggerlo se volete capire il ritardo di riscatto che concerne il pianeta cinema, musica, editoria, moda, design, cucina… che ci allontana da altri paesi economicamente messi peggio di noi, dove però si respira un’aria di speranza, del tutto opposta al pessimismo italico. Nello stesso momento in cui usciva il rapporto del Censis, un editorialista del Giornale, Marcello Veneziani, ricorreva a un neologismo: struzzismo, per indicare lo stato d’animo del popolo italiano, che come gli struzzi ripara il capo sotto la sabbia per non vedere, illudendosi così di non soffrire. Siamo dunque diventati un popolo di struzzi?

Roberto Faenza

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