Molière in bicicletta, un antidoto alla comicità italiana più corriva

Nella programmazione cinematografica natalizia dà una bella boccata d’aria l’ultimo lavoro di Philippe Le Guay, Molière in bicicletta, da domani in sala, fosse solo per il fatto (ma c’è di più) che si tratta di una commedia dai toni umoristici “puliti”, privi di volgarità, che diverte anche sul filo della malinconia, in un intreccio armonioso che lega i protagonisti all’arte teatrale, all’amore e soprattutto al senso dell’amicizia. Adottando sulla propria pelle Il misantropo di Molière, i grandi Fabrice Luchini e Lambert Wilson riescono a far divertire con rimandi buffi di battute e disaccordi, in momenti di riconoscenza e rivalità. [Clicca qui per leggere la recensione di Michele Anselmi]

Una comicità francese che trionfa con la bravura interpretativa, con i dialoghi intensi e raffinati in un gioco di parti e di ironia che rallegrano senza mai annoiare. Dopo il precedente successo ottenuto con Le donne del 6° piano, la capacità di Le Guay nel sostenere un cinema comico di un certo livello non si arresta e suscita quell’entusiasmo che si spegne non appena lo spettatore attento rivolge il pensiero all’attuale stato di gradevolezza e impegno della cosiddetta commedia italiana, ridottasi fondamentalmente all’appuntamento natalizio con cinepanettoni e affini.

Per anni ci siamo ritrovati in sala a festeggiare il Natale sul Nilo, poi in India, a Miami e poi ancora a New York, l’anno successivo in crociera, fino a Rio, a Beverly Hills, in Sud Africa e ancora a Cortina, insomma, la sorpresa, a quanto pare, sembrava essersi ridotta solo all’anno di produzione e al nome del luogo in cui si effettuavano le riprese. Capitanata da Vanzina e Parenti, da oltre trent’anni, pioniera indiscussa in questo filone è stata la coppia Boldi e De Sica, prima di un divorzio che non ha migliorato più di tanto le cose.

A questo punto ci si chiede: è diventato davvero impossibile in Italia proporre una commedia che desti ilarità anche senza ricorrere ad un linguaggio scurrile, senza scene offensive, senza tette e culi a nudo, senza l’ostentazione professionale di soubrette e showman in un cast para-televisivo che con il cinema ha davvero poco a che fare? Eppure, la commedia all’italiana nasce da un’esigenza espressiva e comunicativa assolutamente non frivola: a causa delle censure apportate alle produzioni neorealiste, quel cinema divenne il più nobile tentativo di affrontare in chiave sarcastica i temi tabù, mescolando il drammatico alla comicità. Non è un caso se ancora oggi aleggia una consistente nostalgia per le risate suscitate dall’ironia di Totò, Peppino De Filippo e Aldo Fabrizi nelle varie vesti della povertà, per l’impeto battagliero della popolare Anna Magnani, per i mille volti dell’italiano medio di Alberto Sordi, per i contorti discorsi di Troisi, immerso nelle assurdità incomprensibili della vita, o per le straordinarie interpretazioni di Carlo Verdone.

Se i maestri che hanno reso internazionale la nostra comicità, portando sul grande schermo quella voglia tutta italiana di ridere per non piangere, godono tuttora di una profonda riconoscenza da parte del pubblico, risulta difficile comprendere i proficui resoconti dei botteghini dei cinepanettoni. La commedia di bassa qualità vanta, da tempo, una larga distribuzione e risponde a esigenze economico-capitalistiche precise snobbando quel cinema delle idee di cui può essere esempio un Molière in bicicletta qualsiasi. Se, ad ogni modo, la mediocrità continua ad avere ampia visibilità lasciando nell’ombra registi meritevoli, se la commedia si traveste di humour che distrae e non lascia spazio al pensiero, si può parlare di una nuova censura intellettuale per cui la risata sarcastica, non demenziale, assume un valore sociale che spaventa? Le aspettative del pubblico di massa non sembrano affatto incoraggianti, il pubblico si adagia su ciò che gli si propone e, ignorando ogni possibile alternativa, sostiene e alimenta tale offerta. Dunque, ci si accontenta di un Sole a catinelle e con dei Colpi di fortuna ecco passare l’ennesimo Natale. Molière in bicicletta è un bell’antidoto a tutto questo.

Patrizia Miglietta

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