Colpi di fortuna o semplici casualità?

Tre mini episodi nell’ultima commedia natalizia firmata Neri Parenti, filo conduttore è la fortuna, che a volte arriva inaspettata e si nasconde dietro eventi quanto mai bizzarri. Nel primo, Mario e Piero (Luca & Paolo) sono i protagonisti di una vincita alla lotteria… Decisamente una botta di fortuna, se non fosse che Paolo smarrisce, non si sa dove, la giacca in cui aveva messo il biglietto vincente. Attraverso mille peripezie, riusciranno i due amici a ritrovare la giacca con annesso il biglietto? Nel secondo episodio, Gabriele (Christian De Sica) è un imprenditore tessile di successo, ossessionato dalla superstizione. In procinto di concludere un grosso affare con la Mongolia, ha bisogno di un traduttore che possa fargli da tramite. Peccato che Bernando Fossa (Francesco Mandelli), il ragazzo mandato dall’agenzia, sia un potente iettatore. Riuscirà l’imprenditore a tenere lontano dai suo affari il malocchio? Infine, nel terzo segmento, Felice (Lillo), ex ballerino e padre affettuoso, ma in bolletta, riceve un’eredità costituita da una minima somma in denaro e da un fratello un po’ pazzo, Walter (Greg), di cui non sapeva neanche l’esistenza. Prendersene cura o abbandonarlo al suo destino?

Anche quest’anno, Neri Parenti riprende la formula degli episodi comici così come fu l’anno scorso con Colpi di fulmine. Si sa, non si tratta di un kolossal o di un film di nicchia, anzi. Quel che però sorprende è che, pur trattandosi di un prodotto di massa, si possano individuare dei punti su cui soffermarsi, primo fra tutti il fatto che forse in fondo la fortuna non esiste, oppure esiste ma in ciò che ci aspettiamo di meno; forse nell’amore di una donna più che nell’avere tanti soldi oppure in un affare non concluso anziché concluso o infine in un fratello non del tutto normale.

Colpi di fortuna
 narra tre storie evidentemente paradossali, ma a un occhio più attento quella superficialità che spesso caratterizza i cinepanettoni viene meno in virtù della riflessione che induce lo spettatore a considerare l’ipotesi che possa esserci, dietro, una chiara morale. Certo il dialogo non è di particolare levatura, la comicità a volte un po’ scontata, gli sketches banali e, di conseguenza, le risate non sono a ripetizione, ma se l’intento è assicurare allo spettatore una serata all’insegna del buon umore, anche se spicciolo, l’obiettivo è senz’altro centrato.

 Stefania Scianni

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