Paolo Virzì fa centro con “Il capitale umano” (e quello disumano)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

C’è una frase chiave, in sottofinale, che spiega molto, se non tutto. «Avete scommesso sulla rovina di questo Paese, e avete vinto» protesta la moglie infelice, ma abituata al lusso sfrenato, del cinico finanziere d’assalto salvatosi in calcio d’angolo dalla bancarotta e forse dalla galera. «Abbiamo scommesso» sibila lui, con qualche ragione.
Il 9 gennaio esce, in circa 400 copie, “Il capitale umano” di Paolo Virzì, undicesimo film del regista livornese, forse il suo più bello e maturo, certo il più sorprendente: essendo una sorta di thriller etico desunto con rispettosa libertà dall’omonimo romanzo americano di Stephen Amidon (Mondadori, 2008). Dal Connecticut alla Brianza il passo non è breve, ma Virzì, che ha appena mollato Torino Film Festival dopo solo un anno di direzione per sopraggiunti impegni lavorativi, spiega di averlo compiuto senza timori, sicuro del valore universale della storia.

«Vero, cinematograficamente non m’ero mai avventurato sopra Pisa, ma questo film poteva essere girato solo lì, in Brianza. Per me un territorio esotico, misterioso ed enigmatico, come dev’essere apparsa la East Coast americana al taiwanese Ang Lee quando girò “Tempesta di ghiaccio”. Per l’appunto un film nel gelo di una provincia ricca e spietata» dice al “Secolo XIX”. Ang Lee con una punta acida di Claude Chabrol e naturalmente sullo sfondo, riveduta e corretta, “La commedia umana” di balzacchiana memoria. «Mi interessava far emergere le questioni italiane non attraverso proclami o affondi moralistici. I temi sono l’avidità, la ricchezza, la competizione, il ruolo marginale della cultura, i conflitti generazionali, le smanie di adulti egocentrici e irresponsabili. Ma sotterrando tutto nel racconto. Senza enfasi apocalittiche, con un’architettura narrativa da puzzle venato di “giallo”, ho voluto lanciare un allarme sul nostro tempo».
Gli chiedono se ci sia un messaggio. «Per fortuna abbiamo un Papa bravo e simpatico che sa spedirne di bellissimi» sorride. «A volte noi gente di spettacolo siamo chiamati a esprimere giudizi politici sulla società e non sempre ne siamo capaci. Meglio che ciascuno faccia bene il proprio mestiere. Il mio è fare buoni film. Ma certo, narrando questa storia, mi chiedo quanto vale, in base a soldi, la vita di ciascuno di noi. Anche cosa ha rappresentato per un certo mondo benestante la speranza di facili arricchimenti attraverso i giochi di una finanza spesso tossica».

“Il capitale umano” è un titolo metaforico e concreto allo stesso tempo. Tecnicamente allude agli algoritmi delle compagnie di assicurazioni in base ai quali viene stabilito, per censo, età e prospettive, il costo di un indennizzo in caso di morte. Simbolicamente riguarda il sottile discrimine tra umanità e disumanità che, con sempre maggiore naturalezza, molti di noi varcano quasi senza accorgersi della “mostruosità” in agguato. Tra questi, l’agente immobiliare Dino Ossola, in crisi ma ambizioso, che vuole sfruttare disinvoltamente l’opportunità prodotta dal fidanzamento della bella figlia col viziato figlio del finanziere Giovanni Bernaschi, proprietario di una sontuosa villa in collina. Otto i personaggi principali del puzzle, dentro una dimensione ellittica che offre vari punti di vista rispetto alle stesse situazioni, un po’ alla “Rashomon”: mentre su tutti incombe l’indagine della polizia attorno a un incidente stradale che ha ridotto in fin di vita, alla vigilia del Natale, un povero cameriere in bicicletta.

«First of all, I love this movie» confessa l’americano Amidon e non pare una frase di cortesia. Gli è piaciuto il modo in cui Virzì con gli sceneggiatori Francesco Bruni e Francesco Piccolo hanno scomposto e rimontato le complessità del libro, traducendole in sceneggiatura. Il risultato è un film diviso in quattro capitoli, teso, cupo, ogni tanto ravvivato da parentesi buffe o grottesche, quasi una versione seria di “Sole a catinelle” di Zalone, con un finale a sorpresa da non rivelare. La televisione è avvisata: ci sarebbe materia per riprendere il destino dei personaggi, nutrendo, azzarda Virzì, «decine di puntate per una grande serie modello Hbo».
Fabrizio Bentivoglio, Fabrizio Gifuni, Valeria Bruni Tedeschi, Valeria Golino, Luigi Lo Cascio, Giovanni Anzaldo, Matilde Gioli e Guglielmo Pinelli sono gli otto protagonisti della complicata vicenda: tutti bravi, scelti con cura, ad animare questo realistico teatrino di arroganze e frustrazioni, pulsioni e cialtronate, con un solo personaggio giudizioso, tra riferimenti scherzosi a “Nostra signora de’ Turchi” di Carmelo Bene e rozze pretese leghiste. Distribuisce e coproduce Raicinema, intervenuta nell’impresa, polemizza Virzì ringraziando, «dopo che Medusa era scappata». Replica Giampaolo Letta: «Non siamo scappati, il copione ci piaceva molto, il film è bellissimo. Purtroppo abbiamo dovuto rinunciare per la situazione che ha imposto tagli drastici ai nuovi progetti».

PS. Valeria Bruni Tedeschi è una brava interprete e una discreta regista. Viene da una famiglia ricchissima, trapiantata a Parigi, dalla quale ha preso talvolta le distanze. E come Carla Bernaschi, moglie infelice del cinico finanziere nonché ex attrice con velleità culturali, nel film di Virzì è perfetta. Ma fa un po’ sorridere quando, alla domanda se il personaggio ricordi un po’ Veronica Lario, lei risponda sottovoce, quasi infastidita: «Francamente non so chi sia». Ma dove vive? Tra “castellane” non si riconoscono?

Michele Anselmi

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