A Royal Affair. Elegante e affidabile affresco della Danimarca del Settecento

Nel gennaio del 1766, Christian VII, figlio di Federico V, re di Danimarca, e di Luisa di Hannover, sua prima moglie, sale al trono. Un pezzo di storia della Danimarca non molto studiato e poco noto, svoltosi nel momento in cui le idee illuministe si aprono il varco in Europa; in quel periodo la Danimarca era però ancora un Regno retrogrado, il popolo viveva in estreme condizioni di povertà e ignoranza, mentre il potere era in mano alla nobiltà: una fetta di storia, l’illuminismo, al quale siamo abituati, anche nel contesto cinematografico, ad allacciare automaticamente alla Francia; e un paese, la Danimarca, del quale  magari ci chiediamo se abbia mai avuto una sua storia.

Il film, sotto la direzione del regista danese Nikolaj Arcel, è stato premiato al festival di Berlino 2012 per la migliore sceneggiatura oltre ad aver ricevuto il premio per il Migliore Attore consegnato all’interprete di Christian VII, il quasi esordiente Mikkel Følsgaard, che delinea i caratteri del sovrano in maniera estremamente efficace.

Girato nella repubblica ceca, i castelli della Danimarca non conservano più il loro spetto originale, e co-prodotto dal regista Lars von Trier, A Royal Affair dipinge l’affresco della società danese di quel tempo, delineando figure politiche corrotte e facendo emergere con  abile crudezza, le posizioni reazionarie di un Consiglio di Corte, divorato dalla sete di potere. La sceneggiatura si snoda per tutta la durata intorno ai concetti centrali di libertà, di potere appunto, di aristocrazia e di servitù della gleba, quest’ultima ancora del tutto succube dei grandi proprietari terrieri.

E seppure qui venga raccontata anche la storia d’amore tra la regina e il medico di corte tedesco Johann Friedrich Struensee, questa non prende mai il sopravvento sulle più profonde riflessioni attorno alla libertà individuale, alla corruttibilità umana nel momento in cui si presenta l’occasione di presa del potere. Ed ecco che la regia di Arcel tesse un arazzo della società danese dalla trama e dalle sfumature estremamente complesse, dove il potere impone, a chi lo detiene, di recitare una parte indossando una maschera, anche quando è in funzione del progresso di un paese.

La storia narrata inizia nel 1775; Caroline Mathilde, regina ancora giovane ma già malata e in esilio, scrive ai due figli che non vede da anni – il primogenito, il futuro Federico VI che proseguirà a governare con le idee riformiste della madre, e la principessa Luisa Augusta –  la verità sulla propria storia. Caroline, sorella del re d’Inghilterra Giorgio III, vine data in sposa al giovanissimo Christian VII di Danimarca; il re mostra da subito segni di grande squilibrio e instabilità mentale e la sua debolezza e precarietà lo portano, oltre a non stabilire un legame amoroso con la consorte se non per procreare l’erede al trono, anche a lasciare il potere e la conduzione del paese nelle mani di consiglieri e ministri corrotti.

E’ qui che entra in scena il nuovo medico di corte Struensee, introdotto a corte da due aristocratici ormai caduti in disgrazia che, in cambio di essere riportati nelle grazie di sua maestà, ne fanno il suo medico personale e consigliere. L’influenza di Struensee sul re diverrà tale da permettergli di entrare a far parte del Consiglio di corte e di indirizzare la politica del paese verso i princìpi illuministi e liberali di Voltaire e Rousseau. Christian mette da subito la sua fragilità nelle mani di Struensee che, con i suoi principi umanistici, giorno dopo giorno, lo riporta lentamente alla realtà, convincendolo a promulgare tutta una serie di riforme in favore del popolo e a discapito della nobiltà, tra cui l’abolizione della schiavitù e della tortura.

Lo stesso Voltaire si complimenta per lettera con il re per i notevoli cambiamenti nel regno. E se non fosse che inevitabilmente il medico si trovi ad intrecciare una storia d’amore con la regina e che finisca per così dire ad usurpare il potere del regnante, il sentimento di profonda e sincera amicizia e l’ affinità di ideali che riuniscono i tre personaggi si rivelano essere autentici.

Sottile e raffinato a questo proposito lo scambio di citazioni shakespeariane tra Struensee e re Christian, così come la discrezione con la quale il medico riesce sempre a convincere il re nel rivoluzionare le leggi e le regole del sistema politico del paese. Struensee è l’unico a non credere nella pazzia di Christian e a capire che egli non fa altro che recitare il suo ruolo di re come fosse un attore anziché governare con il dovere e la responsabilità richiesti (i balli in maschera ne sono un elegante metafora).

Ma purtroppo la Regina Madre Juliane, matrigna del sovrano, col desiderio di spodestare il re in favore del figlio Federico, e in combutta con il ministro Guldberg, riesce a far trapelare la relazione amorosa della regina col medico di corte Struensee. Lui finirà sul patibolo e Caroline, la cui secondogenita pare fosse credenza comune essere figlia di Struensee, in esilio. Tuttavia saranno proprio i due figli di Caroline che, portando avanti le idee riformiste della madre, riusciranno, con l’aiuto di re Christian, a dare alla Danimarca l’aspetto di un paese moderno e sviluppato così come oggi ci appare.

L’exploit di parrucche, velluti e merletti accompagnato dalle partiture di Händel e Vivaldi non toccano mai, durante lo svolgimento della pellicola, note di cattivo gusto o eccessività, tutt’altro. Grande cura trapela nelle scenografie di Niels Sejer, nei costumi di Manon Rasmussen, nella fotografia di Rasmus Videbaek. Nel film vi sono circa 200 scene in digitale, usate per eliminare gli elementi moderni, mentre l’illuminazione delle scene in notturno è stata effettuata costantemente attraverso la luce di candele. Anche per ciò che riguarda i tre interpreti principali – Mads Mikkelsen, che con quel suo sguardo enigmatico e distaccato che lo caratterizzano veste perfettamente i panni di Struensee, Alice Vikander, che trasmette la mescolanza di sentimenti tra ingenuità e passione della sua giovane età, e Mikkel Følsgaard, la vera rivelazione della pellicola – le scelte di Arcer si sono rivelate quelle giuste.

Un film, quindi, che si concentra sui temi del potere, della follia, del progresso, ai quali intreccia anche una storia d’amore, riuscendo però a non cadere mai nella banalità o nel già visto; il tutto raggiunge un giusto equilibrio e ne fa scaturire un prodotto cinematografico curato sia nell’esposizione dei fatti storici che dal punto di vista estetico.

Onorina Collaceto

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